“Ci sono salito tante volte sul Monte. Lassù nella grande quiete ogni volta mi sono sentito commosso, confortato da quella arida nudità; e allo stesso tempo energeticamente ricaricato dalla sua rocciosa densità..”
Monte Labbro- Riflessioni e Rivelazioni Etimologiche sull’Oronimo
Zoltan Ludwwig Kruse (musicista, studioso di scienze antiche e di etimologia)
Parole di apertura
Nell’alta Maremma della Toscana meridionale, tra i comuni di Roccalbegna e Arcidosso, si erge un rilievo montuoso particolare. Nella vasta area amiatina essa costituisce un vero e proprio ombelico geologico energeticamente potente, magico. Si tratta del Monte Labbro, sacro monte dell’alta Maremma, un’altura spoglia alta 1193 metri battuta spesso dai venti. La sua sagoma dolcemente appuntita che richiama il seno materno dotato di capezzolo rileva la vicinanza al cielo, al divino. Inserito nell’armonioso paesaggio collinare maremmano, il Monte Labbro costituisce in pratica un contrappunto paesaggistico al boscoso Monte Amiata. La nudità del Monte Labbro è veramente impressionante. Essa esercita su coloro che lo frequentano camminando un effetto denudante che stimola alla chiarezza dei pensieri. È un luogo in cui si è più vicini alle nuvole, al vento, al soffio universale. Il Monte Labbro è un luogo di grande quiete predestinato al raccoglimento, alla contemplazione, alla preghiera, al ringraziamento, agli stati di estasi e di identificazione con il Divino. È un luogo benedetto in cui il cuore si apre, diventa generoso. Ed è un luogo dove nelle notti chiare e tranquille sulla volta del cielo si possono vedere ancora le stelle brillare. L’arida sassaia del Monte Labbro è pertanto anche un ottimo osservatorio astronomico naturale.
Il Monte Labbro, maestoso vigilante campaniforme della alta valle dell’Albegna, lo vedo e lo sento tutti i giorni, giacché vivo nella sua immediata vicinanza, per così dire a un lancio di pietra. Si trova sempre di fronte a me mentre compio le mie camminate di armonizzazione dentro al labyrinthos di Le Tombe realizzato da me nel 2003. Ebbi l’intuizione di impiantarlo proprio là, in quel preciso luogo in cui si trova. E mi rendo conto che la decisione presa allora è stata condizionata veramente dalla magnifica presenza del Monte Labbro.
Ci sono salito tante volte sul Monte. Lassù nella grande quiete ogni volta mi sono sentito commosso, confortato da quella sua arida nudità; e allo stesso tempo energeticamente ricaricato dalla sua rocciosa densità. Amo la lapidea nudità del Monte. Amo la sua primitività. Amo la sua maestosità. Amo il suo grande silenzio. E amo la sua oscura e umida, materna grotta. Il Monte Labbro che visto dalla prospettiva di Cellena appare come una piramide naturale ▲ (da šum. pir, par “Sole”; cfr. mag. pír “rossore del Sole nascente”, gr. pyr “fuoco”) dal profilo vivo, costituisce praticamente un grande accumulatore lapideo che riceve influssi energetici dal cielo. Li accoglie, li accumula, espandendoli in seguito nell’area circostante. Credo sia questo flusso continuo di energia benefica e rinforzante, che nutre tutto l’ambiente circostante, la ragione per cui amatrici e amatori della natura, noi compresi, hanno scelto di vivere in questo luogo sereno e pacifico. Un elemento di rilievo risulta il fatto che il Monte Labbro costituisce un accumulo stratificato di lastre calcaree, quasi una catasta o pila, che dispongono potenzialmente di una qualità sonora. Difatti se si prende una di queste lastre/piastre, la si sistema in modo che sia battibile e possa vibrare liberamente e la si percuote poi con un batacchio, essa emetterà un bel suono campanario. Mettendo insieme una serie di queste lastre/piastre naturali è possibile ottenere facilmente un litofono o fonolito rudimentale.
Il Monte Sacro Tempio e il Sole
La sommità del Monte Labbro, come peraltro di tutti gli altri monti rocciosi e nudi, è il luogo più adatto per ammirare il sorgere e il tramontare del gran disco Sole, Signore del percorso/itinerario celeste. Il commovente fenomeno di rossore che inonda il cielo preannuncia il levare e conclude il tramontare del Sole. L’espressione relativa all’albeggiare, più precisamente al “rosseggiare”, mattutino utilizzata in magyar/hungherese è pírkan ed è una espressione assai preziosa questa, in quanto mantiene ancora la combinazione delle arcaiche parole-seme kingir/šumere PIR – KA – AN “Sole/rossore” – “bocca” – “cielo” che nella poetica espressione «La bocca del cielo (si apre in/con) rossore» riflette in maniera suggestiva il magnifico momento della nascita dell’astro raggiante: il sorgere del disco Sole (→ http://www.ilpuntosulmistero.it/pirano-di-z-l-kruse/).
I Monti sacri, ricevitori-ricettacoli / ricetrasmettenti di potere cosmico divino, sono delle vere e proprie calamite che esercitano una intensa forza di attrazione sugli umani. E nonostante nessuno gli abbia mai conferito il qualificativo di “sacro” (cfr. lat. sa-cer, falco sacro / cherrug / Horus, akk. saqāru “invocare la divinità”, ar. ṣaqr “falco” = ierofania del Sole Ra), la loro sacralità viene riconosciuta e sentita da tutti i pellegrini che vi si recano. Arrivano da ogni dove a adorare il centro, l’ombelico di quel potere sacro che pulsa e vibra di vita.
«La montagna rappresenta il centro del mondo e il veicolo dell’ascensione al cielo o del ritorno al principio, oltre che rappresentare il luogo della manifestazione del sacro (ierofania) e del divino (teofania). Il carattere mistico attribuito alla montagna dipende anche dal fatto che sulla sua cima, spesso coperta di nubi, si consumano le nozze sacre (ierogamia) tra Cielo e Terra. L’uomo dunque in tutte le sue espressioni religiose e culturali scopre la naturale sacralità dei monti ed in essi si materializza il suo intimo bisogno di trascendenza e di sacro. L’uomo antico si avvicina ai monti dopo riti di purificazione; sui monti celebra culti ed innalza templi; li carica di funzioni sacrali, a volte li identifica con la divinità stessa. Spesso, in tutti i tempi, accanto alla naturale sacralità dei monti, l’uomo aggiunge, con riti propiziatori, una sacralità dedicatoria.» (Wikipedia)
In origine, ancor prima che l’uomo abbia iniziato a erigere qualunque edificio considerato sacro tempio, era lo stesso luogo elevato e geologicamente denso perché roccioso/pietroso, cioè il “Monte” (šum. KUR, akk., ebr. Har/Hor di cui gr. óros, mag. kör “cerchio”, kő-őr “guardiano di pietra”, kő-orr “naso di pietra”) a svolgere la funzione di tempio-santuario naturale. In questo senso il Monte Labbro è un «tempio». Il Monte è noto per la presenza sulla sua sommità della Torre Giurisdavidica legata alla figura di David Lazzaretti, visionario che dagli amiatini fu chiamato il Cristo, Profeta o Messia dell’Amiata. Fino a qualche anno fa sul Monte Labbro la sera del 14. Agosto veniva acceso ancora il “fuoco” in onore dell’Assunzione di Maria Vergine in cielo. E, cosa alquanto interessante, in lingua magyar/hungherese lobb vuol dire proprio “fiamma, falò” di cui il verbo lobban “fiammeggia(re)”; del resto lobb trova riscontro in indù lobh “desiderio fiammante/ intenso” e pure in ted. Lob “lode, elogio”. Il “fuoco” è fortemente presente in tutto il territorio circostante al monte Amiata, antico vulcano ormai spento, manifestandosi come energia geotermica. In questo fuocoso contesto si inserisce bene anche la denominazione Merigar del centro Dzogchen, situato ai piedi del Monte verso nord, che letteralmente significa “residenza della montagna di fuoco”. Merigar, come associazione culturale di respiro internazionale, fu fondata nel 1981 su ispirazione e sotto la guida del Rinpoche Chögyal Namkhai Norbu.
L’attrazione che il “fuoco” pyr/Feuer/Füür/fire ▲ ovvero la “forza di fiamma/falò” mag. lobb-erő esercita sull’uomo è da sempre talmente forte che egli tende a identificarvisi. Il fiammeggiante fuoco è un elemento essenziale in tante funzioni cultuali in molte parti del mondo. Sia in riti di passaggio e di purificazione, sia per la cremazione dei morti o sia per i riti di sacrificio in cui le offerte vengono bruciate e affidate al potere mediatore del fuoco che, trasmettendole, compie la comunicazione tra l’uomo e il divino. Sono tante le festività connesse al fuoco. Esse sono spesso congiunte ai movimenti del Sole in occasione del solstizio di estate e di inverno.
Il fiammeggiante fuoco rivestiva una importanza esistenziale centrale già nella vita delle civiltà più arcaiche. Per le sue caratteristiche relative alla sua capacità di crearsi spontaneamente e alla sua conservazione il fuoco era considerato da sempre elemento sacro; prima di tutto quello solare. La nascita del Sole veniva “attesa” (cfr. mag. Napvárta, comb. di nap “sole, giorno” e vár “borgo/forte; aspetta/attende”; ted. Sonnenwarte “osservatorio solare”, combinazione di Sonne “Sole” e warten “aspettare, attendere”) sulla sommità dei Monti sacri.
Il Monte Labbro è ovviamente connesso a una moltitudine di altri Monti sacri nel mondo che per noi umani adempiono tutti quanti la stessa funzione sacrale. Ricordiamo i più rinomati di questi:
Il Monte Kailash, tib. Kangrinboqê “Prezioso gioiello di Neve”, considerata la montagna sacra Meru al centro del “piccolo Universo” della mitologia induista e buddhista, dimora di Shiva. Il Monte Lapche/Labuche Kang – in cui riconosciamo la stessa base Lab/Lap di Lab-ro – famosa montagna dalle molte grotte, che fu luogo di ritiro di Milarepa (1051-1135), uno dei principali maestri della scuola Kagyu del Buddhismo tibetano, ambedue Monti in Tibet. Il Monte Arunachala (sanscr. arun “rosso” – assonante a mag. arany “oro” – achala “immovibile”) “Monte della Luce / dell’Aurora”, col suo cono di roccia vulcanica rossiccia presso la città dei pellegrini Tiruvannamalai in Tamil Nadu, sacro all’induismo e considerato propria manifestazione di Shiva. In ricordo all’apparizione di Shiva come colonna di “fuoco” sul Monte, i credenti festeggiano in una notte di luna piena a fine Novembre – inizio di Dicembre la grande festa chiamata Dipam. Grandi quantità di olio e ghi/ghee “burro chiarificato” vengono allora trasportati in cima al Monte e accesi al momento del tramonto del Sole e di levata della Luna. Il vulcano Fujiyama, la famosa sacra Montagna del shintoismo giapponese e uno dei simboli più conosciuti del Giappone. Il Monte Ararat dell’antico regno di Urartu, situato nella odierna Turchia orientale, di importanza straordinaria per la cristiantà poiché considerato il luogo in cui dopo il diluvio universale l’arca di Noe abbia toccato terra. Il Monte Sinai/Horeb, in arabo Gebel-Musa “Montagna di Mosè”, sulla penisola del Sinai. Il Monte Har Karkom, ebr. “Montagna di zafferano”, arabo Gebel Ideid nel Negev meridionale. Sulla sua vetta che domina il deserto di Paran si trova, come anche sul Monte Labbro, una piccola grotta che ricorda quella citata dall’Antico Testamento in cui trovarono riparo Mosè ed Elia, quando comparve Dio. Ovviamente c’è ne sono tanti altri Monti sacri nel mondo; in Europa, in Asia, in Cina, in Giappone, nelle Americhe e in Australia.
Tutti questi sacri Monti sono di forma più o meno conica, campaniforme o piramidale ▲ e puntano sul cielo. Il triangolo con il vertice rivolto verso l’alto è da sempre simbolo di “fuoco”. Ciò viene confermato dalla stessa base pir del termine piramide: šum. UTU, akk. Šamaš, val. fon. par, pir, ud, ut, tu “Sole” (Labat, Deimel s. no. 381) e BARA2 (Lab., s. no. 344), val. fon. bàr, par6, para2 “trono divino, santuario, re”; ricorrono le coincidenze: mag. pír “rossore del Sole nascente”, di cui l’agg. piros, voce, questa, che in italiano, tedesco, inglese, francese, rumeno ricorre abbreviata: (pi)rosso, (pi)rot, (pi)red, (pi)rouge, (pi)roșu. Voci equivalenti a pír sono: gr. pyr, ted. Feuer, svi. Füür, ingl. fire “fuoco”, lat. pyra, it. pira. È ben noto che i Monti sacri sono da sempre meta di pellegrinaggi. I pellegrini intraprendono il loro cammino con l’intenzione di rendere omaggio al sacro Monte. A proposito Buddha dice: «Se il sentiero porta ai Monti sacri, allora non andarci con le gambe / i piedi bensì con il cuore.» Ovviamente tutti i pellegrini, da buoni passeggiatori che sono, camminano. Marciano sulle piante dei loro piedi che in magyar/hungherese si dice, guarda caso, láb, al plurale láb-ak. A proposito di pir/pyr “fuoco” è interessante menzionare il rito della Focarazza ai “piedi” del Monte Labbro, a Santa Caterina, frazione di Roccalbegna. In questo paese si è mantenuta viva l’usanza di accendere il 24. novembre la pira della Focarazza in onore di Santa Caterina martire.
Templum / Tempio
Preliminarmente all’indagine etimologica dell’oronimo Labbro appare sensato trattare il termine “tempio”. Come abbiamo appreso innanzi il “tempio” in origine era il “Monte”, luogo elevato e roccioso, cioè “denso”, essendo la pietra/roccia il materiale più denso sul pianeta Terra. E la densità geologica viene arricchita, completata dalla densità energetica. Una eloquente locuzione tedesca recita In der Kürze liegt die Würze «Nella brevità giace l’essenza (lett. il gusto/sapore)». Nel caso del termine latino templum, ricorrente in forme lievemente variate in diverse lingue, ad esempio: it. tempio, ted. Tempel, ingl. e fr. temple, irl. teampall, malt. tempju, rum. templu, mag. templom, finn. tempelli, port. templo, alb. tempull, lett. templis ecc., l’“essenza” consta nella parola-seme tem (< töm < tum). Cosicché l’etimologia di lat. templum e di tutte le sue forme di variazione risale alle parole-seme arcaiche TÚM (Labat, s. no. 206) “apportare” e TÙM (Labat, s. no. 434) “portare, apportare, importare” (importare è combinazione di lat. “in” e “portare”) cioè “portare indentro, immettere, introdurre, imbottire, riempire” del lessico kingir/šumero. Questo atto di “importazione”, di “riempimento” produce “addensamento”; conseguentemente esso porta alla realizzazione di ciò che viene designato col termine: TEMEN (Labat, s. no. 375), akk. temennu, “terrapieno, terrazza, fondamento”, mag. tömény(es) “denso”, ovvero l’“accumulo” di terreno realizzato artificialmente che serviva da “fondamento” su cui edificare il “tempio”. Riconosciamo facilmente l’origine del termine greco temenos che indicava il luogo sacro pertinente ad un santuario e la sua recinzione. A šum. TUM coincide del tutto mag. töm/tem “imbottisce, immette(re), riempie, tappa(re)” (cfr. mong. tama-khu “riempire, imbottire”), e tám “appoggio”, di cui derivano: tömb “blocco” (kő-tömb “blocco di pietra”), domb “colle, collina” (cfr. it. tomba), támasz “sostegno, supporto”, tömött “addensato, riempito, imbottito”, tömény “concentrato, denso” (cfr. mong. tümen, per., russ. tuman, il più grande raggruppamento di guerrieri cavalieri mongoli che contava diecimila uomini), tömjén “incenso” (profumo “denso”), tömés “riempimento, riempitura”, tömeg “massa, mucchio, folla” (cfr. gr. dêmos “popolo”), tömör “denso, compatto” (cfr. mong. tömör “ferro”), tömörség “densità, compattezza”, tömörít “addensa(re), compatta(re)”, tömörül “si addensa/compatta”, tömörülés “addensamento”. Ed è questa quindi la sfera di vocaboli che da sostegno anche ai vocaboli che designano il luogo di sepoltura: lat., ingl. tumulus, fr. tombe e tombeau, it. tumulo e tomba. Ulteriore conferma offrono i vocaboli magyar/hungheresi: tömet/temet “sotterra(re), sepellire, tumula(re)”, temető “cimitero (dal tlat. coemeterium; tem > coem/cim), luogo di seppellimento”, temetés “tumulazione, seppellimento, sepoltura”. Difatti la tomba si forma dalla “riempitura” della fossa sepolcrale con la salma che in seguito viene ricoperta di terra. L’accumulo, l’“addensamento” di terra ammucchiata cioè tumulata oltre il livello del suolo da nascita poi al tumulo tombale, risultato della tumulazione.
Alla parola-seme arcaica TUM/töm risalgono, tra l’altro, anche i vocaboli: ted. Damm, ingl. dam “terrapieno”, atur. tunmak, turkm. demrik “imbottire”, lat. densus “denso”, tumor “rigonfiamento”, tomentum “riempimento”, it. tumulto, tumido, tumefare, tumulare, tumultuoso, tumultuare ecc. ecc.
Per completare il quadro ecco una ulteriore considerazione. I dizionari etimologici tradizionali redatti da cultori dell’ipotesi indoeuropea non condividono questa etimologia lessicalmente ben documentata, ma danno un’altra, diversa spiegazione al termine tempio/templum che è questa:
«dal latino templum (spazio quadrato consacrato agli dei, delimitato dagli auguri in cielo e terra), da un più antico *temlo dalla radice indoeuropea *tem- (tagliare) la stessa di tempus (= tempo); cfr. greco témenos (= recinto, tempio), da témno (= io taglio).» (D. E. Rusconi).
Qui occorre menzionare che l’asterisco *, di frequente utilizzo nelle spiegazioni dei dizionari tradizionali, sta a significare una “supposta / ricostruita radice indoeuropea”; si tratta quindi di una supposizione teorica, di una ambizione, meno di una certezza lessicale. Il senso originario di tum/töm/tem quindi non è “tagliare / io taglio” ma “imbottire, addensare” e creare, appunto, un luogo “addensato”, come confermato dall’antico termine temen (mag. tömény, töményes “denso, concentrato”), una piattaforma addensata-rialzata idonea all’edificazione del templum/tempio. L’antico temen kingir/šumero, di cui gr. temen-os, è di fatti la piattaforma di terreno rialzato e addensato / pestato sulla quale veniva edificato il templum/tempio.
Orbene, il Monte Labbro, come peraltro tutti gli altri Monti con peculiarità simili, è un tempio, nel vero senso del vocabolo. Questa circostanza viene confermata dalla stessa natura del Monte che è costituito da un “accumulo”, un “addensamento” stratificato, volendo una pila di roccia calcarea. A questo punto passiamo all’indagine etimologica vera e propria dell’oronimo Labbro.
Etimologia dell’oronimo Monte Labbro
Sono scarse le spiegazioni relative all’etimologia dell’enigmatico (h)oronimo Labbro offerte nelle fonti italiane. Alcuni sostengono che Monte Labbro, ribattezzato dal Lazzaretti Labaro, in origine significava Monte Pietroso. L’equivalente latino di questo nome sarebbe Mons Lapidosus o Lapideus (da lapis “pietra, lapide”) di cui la forma italiana risulterebbe monte Lapideo o Lapidario. Ci si accorge subito della quasi coincidenza delle basi di Labbro/Labaro e Lapideo, Lapidario (Lab > Lap). L’oronimo M. Pietroso mi ricordo di averlo incontrato già nella mia infanzia. Pietrosul è il monte più alto (2305 m) dei monti Rodna / munții Rodnei nella catena montuosa dei Carpazi orientali in Romania. Poco più a sud, nei monti / munții Căliman, ce n’è pure un secondo monte, alto 2102 m, con lo stesso nome. L’oronimo generico M. Pietroso ricorre ovviamente anche in molti altri luoghi, ad esempio nella regione di Gallura in Sardegna nelle varianti: M. Petreddu (802 m) e P. Littu Petrosu (642 m).
Sotto la voce “Monte Labbro – Toponimo” su Wikipedia si legge:
«La dizione “monte Labro” è da intendersi ugualmente corretta, in quanto usata in molte versioni geografiche, e che una ricerca sull’etimo indica come probabilmente più appropriata, poiché labro sembra derivare da Quinto Fabio Labeone, generale e console romano, oppure dal termine labrys (ascia bipenne) di origine lidia o minoica, che Erodoto e altri storici indicano come i popoli progenitori degli etruschi.»
In effetti, la notazione dell’oronimo con una b come Labro o con due bb come Labbro non ha alcuna influenza sulla pronuncia. La differenza è soltanto di natura ortografica. La derivazione dell’oronimo Labro dal nome del generale e console romano Labeone risulta alquanto debole. Nonostante la presenza della stessa base Lab- nei due nomi sia ovvia, ciò è troppo poco per far derivare l’(h)oronimo dal gentilizio. L’affinità al termine minoico labrys cioè l’ascia bipenne è, invece, evidente e merita un approfondimento.
A proposito di Labrys
La labrys, ovvero la luccicante “ascia bipenne” a due tagli tondeggianti, richiama le due falci lunari: quella destra crescente e quella sinistra calante e quindi la ciclicità della crescita e decrescita lunare intimamente connessa alla fertilità femminile. La circostanza del ritrovamento di una serie di labrys negli scavi al palazzo di Cnosso, luogo del leggendario labirinto, ha favorito la congettura che il termine labyrinthos, con cui l’oronimo Labbro/Labaro è ovviamente intimamente connesso, derivi veramente dal termine labrys, che in quanto simbolo di forza divina celeste e di fertilità femminile molti considerano l’emblema del potere minoico di Creta.
Riguardo al rapporto tra il termine greco labrys “ascia bipenne” di origine minoica (o lidia/meionia) rispettivamente quello cretese (o greco antico) péleky(s) “ascia” l’illustre autore Paolo Santarcangeli nel suo prezioso volume “Il libro dei Labirinti” offre ampie spiegazioni (Nomen omen, pag. 37). Tuttavia a Santarcangeli, a parer mio, sono sfuggiti delle relazioni assai importanti a dei vocaboli assonanti e semanticamente affini del lessico magyar/hungherese. Ora, visto che l’autore fu docente di Lingua e Letteratura Ungherese presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, questo fatto è alquanto sorprendente. Invero c’è da dire che all’arcaico vocabolo cretese péleky(s), del resto pressoché identico a akk. pilaḳḳa, significante “ascia/scure”, corrisponde la voce mag. fejsze; il mutamento fonemico è minimo: pél/pil > fej [fɛj] e ky > sze [sɛ]. Inoltre i due termini: labrys e péleky(s), significanti “ascia bipenne”, nella lettura in chiave magyar/(h)ungherese risultano complementari: laperős fejsze rivelando l’interessante relazione semantica di “ascia forte di lama”; in essa valgono le parole-seme: lap – erő “lama-forza/potenza / forza di lama”, con l’allargamento attributivo lap-erő-s “forte/potente di lama” (erő-s lap “forte/potente lama”). Su alcuni vasi minoici l’“ascia bipenne” è rappresentata assai similare alla “farfalla”, simbolo di trasformazione, cioè di metamorfosi; si tratta difatti di una vera e propria con-fusione tra “ascia bipenne” e “farfalla”. Dato che la voce corrispondente a “farfalla” in magyar è lepke, col sinonimo pillangó (quasi uguale a akk. pilaḳḳa “ascia”; cfr. gr. phállaina, it. falena, ted. Falter), rinveniamo che tale associazione sia convalidata dalla stessa relazione dei vocaboli péleky – lepke; poiché lep-ke risulta una variante di pel-eky in cui la parola-seme iniziale pel appare nella sua forma speculare: lep | pel, quindi peleky – lepke. Ecco un esempio di applicazione utile relativa alla szárny-lap-erős lebegő lepke “svolazzante farfalla forte di superfici/piani alari”:
A lepke szárny-lap-ja-in a lebegő levegőben libeg
«La farfalla sulle sue superfici/piani alari nella levitante/librante aria svolazza».
Del resto lepke “farfalla” trova riscontro in finn. lippo, est. lible, cro. lepir, vog. lepäx, cer. lepe ecc.
I vocaboli cret./agr. péleky, akk. pilaḳḳa, mag. fejsze, balta, etr. purθ, tur., mong., kaz., basch., az. balta, ujg. palta “ascia”, ted. Beil “ascia” risalgono alle parole-seme arcaiche: BAL (Labat, Deimel, s. no. 9) “insegna reale – scure, ascia, trono” e BIL (L., D., s. no. 172) “fuoco, bruciare”, “fenomeno luminoso, fulmine” del lessico kingir/šumero. I due archetipi affini BAL e BIL sono evidentemente connessi a BEL (L. s. no. 69) “dio primordiale della luce” venerato dai Kingir/Šumeri a partire dal VI mill. a. C.. Vista l’essenzialità della triade: BAL – BIL – BEL vogliamo tenerla a mente.
BAL “ascia” è sostenuto chiaramente da PA (L., D., s. no. 295) “governatore”, lú PA “sorvegliante” (lú = determinativo “uomo”) EN.SI = PA.TE.SI “principe sacerdote” (come p. es. Gudea), contenuto in BAL. PA coincide del tutto con mag. fő (pa > fő) “testa, capo; sommo, principale, superiore” che ricorre anche in finn. pää e est. pea “capo, testa”. Sininimo di fő è fej / f. arc. pel “capo, testa” che è affine a fel/föl “insù”. Derivati da fej/pel sono i vocaboli: fej-es “con / dotato di testa; testata; pezzo grosso”, la base verbale fej-ez di cui le forme di agglutinazione prefissale le-fej-ez “decapita(re)”, le-fej-ez-és “decapitazione”, be-fej-ez “termina(re)”, be-fej-ez-és “terminazione, conclusione”, ki-fej-ez “esprime(re)”, ki-fej-ez-és “espressione” (visibile sulla faccia). Ritornando ora all’“ascia” péleky / fejsze rinveniamo la interessante combinazione: fej-es fej-sze che significa “ascia munita di testa (lett. “testata ascia”, lat. securis capitulatus, ted. beköpfte Axt, ingl. headed ax).
A proposito di “ascia” nel Šumerisches Lexikon di A. Deimel (s. no. 9) si legge:
«Come conferma la rappresentazione del dono di consacrazione, giš BAL (akk. pilaḳḳa) fu l’“ascia”. La testa della stessa (sag-bal = akk. kaḳḳad pilaḳḳi) in tempi antichi era, beninteso, di pietra. Il determinativo giš venne anteposto per segnalare il manico di legno.»
Detto tra parentesi, com’è evincibile, qui entra in pieno gioco l’aspetto speculare dell’archetipo LAB “piede” che è BAL “ascia” (mag. pel/fej “testa”, fel/föl “insù/super-”, balta, fejsze “ascia”, in etr. purθ). Il loro rapporto di riflessione ottiene piena conferma dalla rappresentazione iconografica di láb “piede” e balta/labrys/péleky “ascia / bipenne” strettamente connessa a labaro “bandiera”, peraltro evidente anche nelle lettere latine «b» e «P» (v. i corrispondenti geroglifici egizi: il “piede” per la consonante «b» e la “bandiera” netjer, simile alla P, per “Dio, Divino”). Ed è ovvia anche la con-fusione, nel vero senso della parola, con il limnonimo Bolsena / Velz(e)na / Volsinii / mag. Fel-szín(e) “super-ficie(-sua)”, all’etimologia del quale intendo dedicare uno studio a parte.
Su questa base risulta sensata e pertinente la lettura di cret./agr. péleky in chiave magyar/ (h)ungherese che rivela: pel-e-ky / fej-e kő “testa(-sua) (è di) pietra” o anche fej a kő “testa è la pietra”. Le luccicanti labrys / péleky bronzei trovate in contesti archeologici, spesso affilatissime, vengono considerate con buona ragione armi sacrificali e cerimoniali. Queste pesanti labrys / péleky / fejsze erano adatte per la “decapitazione” le-fej-ez-és con un unico colpo di sacrifici di grosse dimensioni come tori o equini. Ed ecco qui un esempio di applicazione in magyar/(h)ungherese in cui l’espressione verbale unitaria convalida il significato: A fejes fejsze a fejest le-fejezte «L’ascia munita di testa ha de-capitato il pezzo grosso». Quanto sia importante la parola-seme fő/fej significante “capo, testa” lo si può comprendere dai derivati: fejt “estrae” (nelle miniere l’“ascia” in antichità veniva utilizzata anche per l’estrazione dei vari minerali), “interpretare, spiega(re), risolve(re)”, fejlődik “si sviluppa”, fejleszt “sviluppa(re)”, fejlesztő “sviluppante, sviluppatore/-trice”, fejlett “sviluppato”, fejlettség “sviluppamento”, fejlődés “sviluppo”, fejlemény “evoluzione, elaborazione, conseguenza”, fejedelem “principe, duce” ecc..
Secondo diversi autori antichi, tra cui Strabone, il vocabolo labra indicava originariamente: “caverna, grotta”, luogo di detenzione del Minotauro. Orbene, il termine labra/labar lo ritroviamo in magyar nella forma anagrammata/permutata barla e arrotondato in finale con -ng, cioè barlang che significa, appunto, “grotta, caverna”. Barlang mostra una certa affinità a ted. Bohrung “foro, perforazione, foratura”, ted. bohr-en – it. for-are, per-for-are – mag. fúr; bar – bohr – per – for – fúr risalgono a šum. BÙR (Labat s. no. 411) “forare”, “miniera”, “cavità”. In realtà barlang risulta luogo “forato/cavo” dentro la terra/roccia madre. La voce barlang è stata adottata del resto, lievemente variata, anche nelle lingue slave come vocabolo alternativo per “grotta”; così in: pol. “jaskinia, grota, pieczara” / barłóg, slova. “jaskyňa, grota” / brloh, ukr. “pečera, hrot” / barlig, bru. “pjačora” / bjarlog. In fondo la circostanza che sul Monte lapideo/lapidario chiamato Lab(a)ro si trovi una “caverna” ovvero un labra/labar/barlang non ci può meravigliare più di tanto; anzi, essa risulta di importanza piuttosto rilevante poiché con ciò le menzionate relazioni ottengono evidente conferma. Considerato per ora da questa prospettiva semantica relativa alla labrys / laperős e tenendo conto degli altri significati affini “lapide, lastra, piastra” che, oltre “lama, lamina” la parola-seme lap può ugualmente esprimere, il messaggio che l’oronimo Monte Labro ci rivela è Monte “Forza di piastra/lastra/lapide” / Monte “forte / pieno di forza di piastre/lastre/lapidi”.
A proposito di Labarum/Labaro
Un altro termine interessante per la nostra indagine è labaro poiché identico all’oronimo Lab(a)ro. Al riguardo nel D. E. Treccani si legge: «làbaro s. m. [dal lat. tardo labărum, di etimo incerto]. – 1. Stendardo dell’imperatore Costantino, caratterizzato dalla sigla monogrammatica del nome di Cristo (chrismon: ☧); aveva la forma di un vessillo con asta trasversa da cui pendeva un drappo purpureo quadrato, e al vertice era il chrismon circondato dalla corona d’alloro. 2. Vessillo di forma simile allo stendardo di Costantino, adoperato nel medioevo come insegna dei cavalieri e dei comuni d’Italia, e in tempi più recenti come insegna di associazioni combattentistiche, ex-combattentistiche, politiche, religiose, ecc. 3. Per estens., non com., qualsiasi insegna di comune fede, soprattutto in senso fig.: raccogliersi sotto lo stesso labaro.»
Sinonimo di “bandiera, stendardo, vessillo, gonfalone”, il sostantivo labaro è sostenuto dal v. lat. labare “muoversi di qua e di là” (cfr. mag. láb / lább / lábkál / jár-kál / jár-kel / talpal “piede; cammina, passeggia, corre / va in giro / va e viene, calca”; láb-erő “forza di piede/i”). Difatti portati all’aperto labaro “bandiera, gonfalone, vessillo” si rivelano labili in quanto “svolazzanti” nel vento. In origine labaro, bandiera, gonfalone e stendardo sono simboli di conquista e vincita. La bandiera principesca e regale, ovvero la rettangolare pezza montata su un’asta che nelle battaglie sventolava nell’aria, rappresentava un punto di riferimento essenziale per i combattenti del sovrano. Nella cristianità il simbolo labarum venne letto come Chi-Ro (la Ro = Ρ interseca la Chi / X centralmente), essendo queste le prime lettere del nome Christos. Tuttavia il simbolo risale al distintivo del “Dio del Cielo” caldeo. Il simbolo labarum fu utilizzato anche sulla bandiera militare di Constantino il grande. È il famoso imperatore romano che ha privilegiato la religione cristiana facendola diventare religione di stato (v. il primo concilio ecumenico di Nicaea 325); ed è colui che nel 330 ha spostato la residenza imperiale da Roma a Bisanzio, nuova capitale dell’impero romano che in seguito venne chiamato in suo onore Costantinopoli. La linea verticale della P (Ro) viene letta come “asse del mondo”. La «P» è praticamente rappresentazione schematica tondeggiante di stendardo, bandiera che è la rettangolare pezza sventolante su un’asta. Coloro che hanno una certa familiarità con i geroglifici egizi riconosceranno all’istante la coincidenza della «P» con il geroglifico netjer, forma speculare trapezoidale di «P». Il significato di netjer, che rappresenta la vocalizzazione convenzionale di ntr, è “Dio” e “divino”, ovvero celeste. A proposito sono assai interessanti le vocalizzazioni alternative in magyar: nagyúr [nɒdju:r] “grande Signore/Sovrano”, nagyár [Nɒdjar] “grande Corrente/Flusso”, giacché semanticamente affini. Labaro, bandiera e stendardo sono ierofania di sacralità. La loro sacralità consta nell’invisibile forza vivificante del principio “vento-aria-anima”. Difatti il labaro sventolante rivela la vivacità del vento e quindi la “forza di piano/superficie” lap-erő. Nel pantheon kingir/šumero il Sovrano dell’atmosfera, del vento era denominato En.Lil “Signore-Aria”; a En.Lil in magyar equivale Én lehel “Io / Coscienza universale (h)alita”.
Insomma, quello del labaro svolazzante nell’aria non è un piano/plano, una “superficie” lap qualsiasi, ma proprio quella con cui l’umanità, sin dai tempi più remoti, metteva in evidenza la presenza della forza di vento/alito che permea e vivifica l’universo. Interessante segnalare in questo contesto il fatto che nei film storici del grande regista Akiro Kurosava i combattenti, sia fanti che cavalieri, nelle battaglie medioevali giapponesi sono tutti quanti provvisti di bandiere schienali.
In questo quadro ricordiamo anche le due bandiere incrociate usate dai Giurisdavidici:
«Vesillo della 1.ᵃ legione italiana» con la scritta LABARO &
«Vesillo dei militi delle sante Milizie» di colore rosso.
Alla combinazione di parole italiane “labaro svolazzante nell’aria librante/levitante” in lingua magyar equivale l’espressione: a lebegő levegőben lobogó lobogó (lett. “nella librante/levitante aria svolazzante labaro”); essa rivela in modo palese e udibile la coesione semantica ivi presente.
Il labarum è la nota insegna militare romana costituito da un drappo quadrato color porpora e con una frangia d’oro, attaccato a una picca dorata su una piccola asta trasversale. Il labarum fu utilizzato solo quando l’imperatore si trovava con l’esercito. Anticamente sul drappo era ricamata un’aquila, simbolo di Giove. Fu l’imperatore Costantino il Grande a sostituire l’aquila con la monogramma Chi-Ro di Christos nel momento in cui egli abbandonò il paganesimo e iniziò a favorire la diffusione del cristianesimo. Cinquanta uomini scelti, detti labariferi, erano incaricati di portare e difendere il labarum alla testa dell’esercito. Orbene, a portare in campagna militare “il labaro svolazzante nell’aria” a levegőben lebegő lobogó, “il labarifero capo” a fő-lobogós doveva disporre di una considerevole “forza di piedi” láb-erő abbinata ovviamente a una notevole “forza di braccia” kar-erő. Che il labarum abbia avuto poi proprio il color porpora e la forma quadrata/ rettangolare (v. simbologia dell’angolo retto) non è una circostanza casuale bensì simbolica. Il drappo quadrato di color porpora manifesta sia la “forza di fiamma/falò” (mag. lobb-erő) del Sole sia la “forza di piano/superficie” (mag. lap-erő) cioè di “aria/vento”, essendo il vento l’alitante forza atmosferica che muove il “piano”, la “superficie” lap del drappo quadrato.
Riguardo alla voce porpora (ted. Purpur, mag. bíbor, ingl. purple, fr. pourpre, rum. purpuriu ecc.) rammentiamo che essa risale alla parola-seme arcaica pir (cfr. mag. pír “rossore del Sole nascente”). Pir insieme a par, ud, ut (mag. út “via, itinerario”, utas “itinerante, viaggiatore”) e tam sono i valori fonetici di šum. UTU (Lab. s. no. 381), akk. Šamaš, dio “Sole”, grande “itinerante” dell’itinerario/percorso celeste. Il culto principale di UTU/ Šamaš veniva praticato a Sippar e Larsa nei templi a lui dedicati notati nei documenti con il termine É-BABBAR significante “Casa dello Splendore”, più precisamente “Casa della Porpora” (cfr. mag. Ély-Bíbor / Bíbor-Ély “Santuario della Porpora / dello Splendore”). Pertanto Babbar risulta attributo di UTU “Sole” – “Signore del percorso” Út-ura, Öt-ura ⁙ “Signore del cinque” – con il quale lo “Splendore” dello “Splendente” veniva invocato e al quale quindi anche il color porpora del labaro, che riflette il potere della luce sulle tenebre e sul male, è ricollegato. Ovviamente pir/par/bar ottiene sonora efficacia in labaro.
Alcuni ritengono che l’espressione labarum/labaro sia di origine celtica, essendo affine al basco lauburu, nome della croce basca che è praticamente una variante tondeggiante sia della svastika, simbolo vorticante del Sole ricorrente universalmente già nel neolitico, sia della rosa camuna a svastika. (v. http://www.ilpuntosulmistero.it/pirano-di-z-l-kruse/)
A proposito di Labbro
Ora vogliamo esaminare pure il termine labbro poiché ugualmente omofono all’oronimo Labbro. Nel Dizionario Etimologico Rusconi sotto la voce làbbro si legge:
«Làbbro dal lat. labrum, più usato però al pl. labra, poi sostituito nell’uso comune da labia; forse è voce onomatopeica. È interessante e in parte avvalorata da alcune connessioni in area germanica, l’ipotesi di una derivazione, al pari del v. lambire e del greco láptein (= lambire, leccare), dalla radice europea *lap-, forse addirittura connessa alla più antica labh (= prendere); [mag. lop “ruba”]: cfr. sanscr. labhate (= acquistare, pigliare) e gr. lambáno (= io prendo). Anche anglosass. lippa, ingl. lip, ted. Lippe, lit. lupa, aated. lefs (da cui forse sberleffo attraverso il dial. lombardo). Un altro labrum è sincope da lavabrum (= vasca da bagno); dal diminutivo labellum l’italiano avello (= sepolcro). Significato in anatomia, ognuna delle due parti esterne e carnose che circondano la bocca e coprono i denti; per estensione, orlo, margine di una ferita; in anatomia, grandi, piccole -, pieghe (lat. plica) della vulva.»
Per l’essere umano le labbra sono di importanza essenziale, vitale. Dalle labbra della bocca che parla emergono le parole, sonore concretizzazioni di pensieri manifestanti senso. Dalle sacre labbra vulvari femminili viene espressa, invece, la corrente di creature umane. Da sempre. Tutti noi siamo stati espressi/partoriti attraverso le labbra vulvari delle nostre madri. Siamo le loro es-pressioni, nel vero senso della parola: es-premere.
Il termine labbro (da lat. labrum, labium), in senso generico viene utilizzato per indicare l’orlo che contorna alcuni orifizi. In senso specifico, invece, labbro designa la parte esterna e carnosa che circonda la bocca coprendo i denti. Il plurale labbra a sua volta denota i due piani carnosi sovrapposti della bocca: labbro superiore e labbro inferiore, composti da muscoli e rivestiti di pelle. Interessante notare che nell’antico Egitto il geroglifico delle labb-ra trasmetteva il suono «R» (Ra / aR). Morbide, mobilissime e flessibili, le labbra giocano un ruolo chiave nell’assunzione del cibo (v. poppare, ciucciare, succhiare, mangiare, bere) e nell’articolazione di suoni e parole, agendo anche come organo tattile che contribuisce alla mimica facciale. Nel contempo le labbra sono una zona erogena per eccellenza. Lo stesso termine labbra definisce inoltre anche gli orli cutanei esterni della vagina: grandi labbra/valve (quelle esterne) e piccole labbra (quelle interne). Essendo ricche di terminazioni nervose sensoriali, le labbra, che le donne amano dipingere con il rossetto, sono essenziali nella vita di relazione dell’uomo. Difatti esse sono coinvolte nel bacio e in altre pratiche erotiche, sessuali. Le labbra che contornano la bocca costituiscono le parti esterne, cioè quelle più vistose del complesso apparato fonatorio. Esse sono essenziali poiché cooperano, insieme alla lingua e ai denti, alla formazione dei suoni e all’articolazione delle parole. Nel processo di articolazione esse consentono all’essere umano di emettere i suoni delle consonanti labiali, bilabiali e labiodentali, permettendo inoltre il cosiddetto arrotondamento delle vocali. E, non per ultimo, le labbra sono importanti anche per l’emissione di suoni attraverso gli strumenti a fiato come corno, tromba, trombone, flauto ecc. Con il plurale labbra è intesa praticamente la bocca come organo per parlare, cioè per creare il linguaggio. Sulla base dell’equivalenza labbra uguale a “parlare” o anche “parola” – che si evidenzia nella relazione di permutazione la-bbro > bbro-la > baro-la > paro-la > par-la – un altro messaggio dell’oronimo Monte Labbro in chiave di lettura italiana risulta: “Monte della parola / parlata” o il “Monte che parla / comunica” – ovviamente a modo suo, con le sue lapidee labbra. (Sciola oltre la Pietra: https://www.youtube.com/watch?v=lkq33RNZpL4)
La comunicazione con la parola, il parlare, la parlata, occupa ovviamente un luogo centrale pure nella vicenda del visionario religioso David Lazzaretti e della Fratellanza Giurisdavidica. È sul Monte Labaro che dalle labbra del santo David traboccava il tessuto di profetiche parole portatrici di sapienza rivolte alla ampia comunità dei suoi adepti.
Naturalmente a lat. labrum, labium, labea, it. labbro corrispondono voci come: port. spa. lábio, dan. læbe, ted. Lippe, ingl. ol. lip, fr. lèvre, cat. llavi, kur. lêv, lett. lūpas, lit. lūpa, sve. läpp, nor. leppe, ind. lab – il consueto “tema con variazioni” si riconosce senza difficoltà. Ed ecco qui per giunta una serie di voci che in modo coerente esprimono vari modi di parlare con le labbra: ted. plaudern “conversare”, Plauderei, Plausch “conversazione piacevole”, plänkeln “litigare”, Plänkelei, Geplänkel “scaramuccia, zuffa”, flunkern “raccontare frottole”, flachsen “punzecchiare, canzonare”, Fluch “bestemmia”, fluchen “bestemmiare”, mag. pletyka “pettegolezzi, chiacchiere”; e pure il parlare molto, cioè muovere le labbra assai con pochezza di contenuti: ted. labern, ingl blather “chiacchierare”, ted. plappern “ciarlare”, Gelaber, Palaver, ingl. sve. palaver, gr. flyaries, tur. palavra “chiacchierata”, bla-blà, ted. Platitüde, fr. platitude “piattezza, insulsaggine”, ol. jabber, sve. pladdra, finn. lavarella “blaterare”, lavertelija “chiacchierone/a, pettegolo/a” ecc..
Molto interessante anche la voce lambire (lãb-ire) / sfiorare la pelle, sinonimo di baciare. Il bacio (dal lat. basium) è manifestazione di “affetto/amore” (ted. Liebe, ingl. love, russ. ljubov’, rum. iubire “amore”, libido “desiderio, brama”) che consiste nel premere le labbra su varie parti del corpo ricoperti dalla cara e delicata pelle (lab | pel). Gli “innamorati” (ted. Liebende, ingl. lovers) si baciano sulle labbra (ind. labalab, it. labbro a labbro, ingl. lip to lip). Il devoto bacia il “piede” láb del maestro. Ovviamente con ogni saluto di “bacio la mano” viene evocato questo lãbire/lambire della pelle con le labbra. Rinveniamo che la voce pelle è intimamente connessa anche a: palpare (tastare/toccare), lat. palpus “carezza”, aated. folian “tastare”, ted. fühlen “palpare, sentire”, slav. palici “dito”; e pure a palpebra ovvero “la piega di pelle che copre l’occhio”, per precisione due pliche cutanee, una superiore e una inferiore. Le palpebre superiori essendo mobili per la presenza del muscolo elevatore si aprono e si chiudono (battono) per circa una volta ogni 6 secondi; da qui l’unità di misura “un batter di palpebre”.
È facile rinvenire che tutte queste voci qui elencate sono ampliamenti della base labb/lipp, fonicamente variate e permutate. Tuttavia essendo la premessa indispensabile delle voci labrys, labarum, labrum, labio, labbro la nuda parola-seme lab, la nostra indagine etimologica dovra prenderla in considerazione insieme al suo complesso di variazioni e permutazioni esplorandone i corrispondenti significati e in questo modo approfondire la ricerca. E siccome nei vocabolari greco, latino e italiano le nude parole-seme del sistema lab sono assenti, rivolgeremo la nostra attenzione e ricerca ai vocabolari antichi e odierni in cui esse sono contenute. Giacché le nude parole-seme/ nucleo costituiscono la parte più arcaica, fondamentale dei vocabolari. L’origine è sempre nel seme.
La camaleontica parola-seme lab
Emerge già da questi elementi iniziali che l’etimologia dell’oronimo Labbro/Lab(a)ro si rivela alquanto complessa, niente affatto univoca. Già molti anni fa, nel Chianti, sentendo pronunciare da un amico per la prima volta il nome Monte Labbro, me ne sono accorto all’istante di alcune coincidenze interessanti con delle combinazioni di parole-seme del vocabolario hungherese/ magyar; così per esempio: láb ró “piede percorre”, lább/lép rá “calca/passa/calpesta sopra”, láb-erő “forza di piede (lett. “piede-forza”), lobb-erő “forza di fiamma/falò (lett. “fiamma/falò-forza”), lap-erő “ forza di lastra/lapide/piastra/lama/piano (lett. “lapide/piastra/piano/ lastra-forza”), láb-őre “Guardiano/vigilante del piede”, láb-ura “Signore del piede”, lábra! “in piedi!” e così via. Ovviamente cercai a trovare simili assonanze anche in altre lingue europee, mediterranee, senza risultato però. Questa strana circostanza stuzzicava la mia curiosità, volevo assolutamente comprenderla e quindi iniziai la mia ricerca sull’etimologia dell’oronimo Labbro.
Com’è noto la fonte d’origine dei nostri vocaboli sono le parole-seme, più precisamente i sistemi di parole-seme arcaiche. Nel caso dell’oronimo Labbro/Labaro queste sono: lab e (a)ro. Intanto in lab sono contenute e quindi efficaci le parole-seme/nucleo: la ( > le “ingiù”, lẽ/lenn “in basso”, cioè “l’essere basso, essere in relazione al terreno; lentezza, gravità”, ad es. > ló “cavallo”, > lé “liquido” ecc.; da šum. LA, Labat s. no. 55, “pienezza, abbondanza” / gravidanza), ) e ab ( > ép “integro” cioè “l’essere completo/salvo”, ad es. > év “anno”, > ív “arco”, > öv “cintura”, > óv “protegge”; da šum. IB, val. fon. eb, ep, ib, ip, L. s. no. 535, “interiore, una cintura”, L. s. no. 207, “vita, cintura” ). Nei primi capitoli di questo studio tratterò la parola-seme lab di vere potenzialità camaleontiche. Essa viene utilizzata da parte dei parlanti di molte lingue prevalentemente per esprimere il ricco mondo del concetto archetipale di “piede – piano” (mag. láb “piede; cammina” , ted. Lauf “zampa/piede, corso/a, marcia” – ingl. lob “camminare”, leap “saltellare”, lope “correre” – mag. lap “piano, foglio, lama”, lat. planum it. piano; ted Fläche, ingl. plane). La sua complessità semantica è simile a quella della parola-seme variabile gar/kör – contenente kő “pietra” e őr “guardiano” – utilizzata dai parlanti per riflettere il ricco mondo dell’archetipo di “cerchio” (v. “Realizzazione verbale del concetto di Cerchio”). Questa sua miracolosa dimensione di variabilità la si può rinvenire particolarmente nel quadro del lessico della lingua magyar/hungherese. Difatti tramite la sola variazione dei suoi fonemi costituenti si ottiene, ad esempio, la rimarchevole differenziazione semantica: ép – láb – le – lép – lap equivalente ai significati “salvo/integro” – “piede” – “ingiù” – “calca” – “lapide/piastra/ lastra”; arrotondando, poi, questa base con gli articoli az e a più il suffisso -ra si può esprimere la rilevante frase: Az ép láb le-lép a lap-ra significante «L’integro piede ingiù-calca sulla-lapide/piastra/lastra». Questa o una simile espressione verbale coesiva, quasi di matematica applicata, nelle altre lingue a me conosciute è impossibile realizzare. Tuttavia la dimensione verbale del ludo fonemico creativo della parola-seme lab che attua la differenziazione semantica nel quadro del lessico magyar/ (h)ungherese, è rilevabile anche nei vocabolari delle lingue germaniche, meno in quelli delle lingue romanze, slave, baltoslave, elleniche. Osserviamo e compariamo adesso la situazione nei lessici tedesco, inglese e magyar, limitandoci solo alle forme impermutate, quindi a lab e variazioni.
Forme di variazione della parola-seme lab in tedesco connesse al “piano”, alla “superficie” sono:
Laub “fogliame” (mag. lomb/lõb, ingl. foliage, leaves, fr feuillage), Luv “lato sopravvento” (Luv | vul > vela), Lauf (lab > Lauf) “zampa” (piede di animale), “corso, corsa, funzionamento, marcia, orbita, canna (di fucile), passaggio musicale” (nor. løp, sve. lopp, rus. lapa, rum. labă, pol. łapa, lufa), Lab “caglio” (galium verum), Lob “lode” (pronunciata con le labbra, ted. Lippen, ingl. lips), lieb “caro, piacevole, gentile, cordiale, voler bene, desiderare” (mated. liep, aated. liob, got. liufs, aingl. lief, sve. ljuv, ingl. lovable, lovely; russ. ljub, ljubit, rum. iubi, iubire “amore”, “amare, voler bene”, lat. libere, ad libitum “ esser piacevole/favorevole, a piacere”, libido “desiderio, brama, voglia”), Leib “corpo”, Laib “forma” (di pane o formaggio). Leib “corpo” è intimamente connesso alla rosa di vocaboli: leben “vivere” – Leben “vita” – Leber “fegato” (aated. lebara, ol. sve. lever, ingl. liver), l’organo lobato sede della “vita” – lieben “amare” – Lippen “labbra” (Lippe “labbro umano”, Lefze “labbro animale”, Lappen “lobo, cencio”) – laben “ristorare/confortare”, Labe, Labsal “ristorazione” (ol. laven, aingl. laflan, dal lat. lavare, lavanda “inumidire, rinfrescare”). Dal sostantivo Lauf “corso, marcia, orbita; zampa; passaggio mus.; canna (di fucile)” sono derivati Läufer “alfiere” e il verbo laufen (sve. löpa, aated louf, got. hlaupan, aingl. hleap, aisl. hlaup) “correre, passare, camminare, andare a piedi, marciare, scorrere, svolgersi, funzionare, muoversi”; laufen ricorre in combinazioni con vari prefissi tra i quali ein-laufen “essere in arrivo”, “restringersi”, cioè “movimento di restringimento/ addensamento” e ab-laufen “decorrere”. Affini a Lauf e laufen si rivelano: Pilger / Wallfahrer “pellegrino”, pilgern / wallfahren “pellegrinare”, Pilgerfahrt / Wallfahrt “pellegrinaggio” (lab | bal > pil, pel) e Lauf-fläche “superficie/piano di cammino”, flache Fläche “piana superficie”, platte Platte “piatta/piana piastra/lastra”, Flaggen-Fläche “superficie di bandiera / labaro (lab > bla, pla, pia, fla) ecc..
Qui ci si può chiedere quale sia il nesso tra Lauf “piede/zampa” e Lab “caglio”? Orbene, il “caglio” Lab (mated. lap, aated. lab, mnted. laf, ol. leb) in quanto fermento utilizzato nella produzione casearia che fa “coagulare / cagliare / rapprendere” (ted. ge-rinnen, rennen “correre”, Gärung “fermentazione, agitazione”) la caseina del latte, è connesso al “movimento”, al “corso, andamento” (ted. Ver-lauf) al “(de)corso” (ted. Ab-lauf), al “processo, andamento” (ted. Vor-gang lett. “avanti-andamento”) e così in fondo al “piede” (mag. láb; ted. Lauf, aated. louf, aingl. hleap, aisl. hlaup, russ. lápa, rum. labă). In pratica «Il caglio avvia il processo di coagulazione della caseina nel latte» (ted. Der Lab setzt den Gärungs-Ablauf des Kaseins in der Milch in Gang). Aus-fallen.
La circostanza che la stessa parola-seme láb in magyar esprima “piede” e in tedesco “caglio/ fermento” comprova/rivela una chiara situazione di slittamento semantico, e precisamente dall’arto di locomozione alla sua tipica proprietà locomotoria, in senso traslato utilizzato anche per esprimere “movimento, corso”, “agitazione”, che in questo caso è la “fermentazione”.
In inglese le forme di variazione ricorrenti della parola-seme lab/lap connesse al “piano/plano”, alla “superficie” sono: lip (ted. Lippe it. labbro), ingl. lob “camminare goffamente”, lobby (ted. Wandel-halle lett. “sala da cammino/passeggio”) “portico nel parlamento inglese/americano”, leap “saltellare”, lap “fondo-valle, depressione”, lobe “lobo” (ted. Lappen), lab “laboratorio” (ted. Labor), loaf “forma di pane / formaggio” (cfr. ted. Laib, russ. chléb “pane”, aingl. hlāf), leaf “foglia”, love – ted. Liebe “amore” (lat. libere, libido), life – ted. Leben “vita”, live – ted. leben “vivere”, lop “potare, togliere, allontanare” (cfr. mag. lop “rubare”, lopó “sifone/pipetta da vino”), ingl. lope “galoppare, correre” (mag. lép “calca, passa), low – ted. flach “basso, piatto”, leave “andare via”, levee “banchina, attracco” ecc.
Un vocabolo interessante di questa serie, attualmente utilizzato di frequente, è lobby che significa “anticamera/hall/foyer del parlamento”, derivante da mlat. lobia “pergolato, galleria” (cfr. ted. Laube); il Duden spiega lobby come: «Wandelhalle im englischen oder amerikanischen Parlament» “hall/foyer ambulatorio nel parlamento inglese o americano”, cioè un foyer in cui si camminava, si deambulava; il derivato lobbying viene definito con: «Beeinflussung von Abgeordneten durch Interessenten/gruppen, die ursprünglich in der Lobby stattfand» “Influenzamento di deputati tramite gruppi di interessati che originalmente avveniva nella lobby (cioè nella hall ambulatoria)”. Quindi il lobby ossia il foyer contraddistinto da pedoni che si muovono, cioè sono labili, ha a che fare assolutamente col “piede” mag. láb (cfr. ted. Lauf, russ. lápa, rum. labă “zampa”) su e con cui essi calcano, camminano, deambulano qua e là, appunto mag. lép (ted. läuft, laufen) e lább, lábal/lábol (forme verbali del sost. láb) “mette(re) piede, andare (“pedare”, cfr. “pedina”)”; el-lábal (lett. “via-va/corre”) “mozzare, tagliare la corda, squagliarsela, andarsene” col sin. el-pat-kol ted. “abkratzen”, it. “crepare, morire”. E parlando parole con le labbra.
E adesso ecco in comparazione il relativo sistema di parole-seme in magyar/hungherese con una discreta parte della moltitudine di vocaboli che ne derivano:
láb “piede; gamba/o”, láb/lább “cammina, passeggia”, lap “foglio, piatto, superficie, piano, lato, piastra, piastrella, lapide, lastra, lastrone, lamina, cartolina, giornale, rivista” (finn. lappu “pezza, foglietto, biglietto”, lipuke “etichetta”), lép “calca(re), passa(re); milza (organo lobato); (miele di) favo, (fetta di superficie piatta delle cassette); vischio (piano trappola per uccelli)”, láp “palude” (superficie vacillante), lep “copre, invade (il piano/una superficie), lop “ruba” (porta via la refurtiva calcando in modo silenzioso sulle piante dei piedi), lomb/lõb “fogliame”, lob “infiammazione”, lobb “fiamma/falò”; sentiamo/vediamo ora alcuni derivati: alap “base, fondamento”, talp “pianta del piede”, telep “insediamento, stabilimento, colonia”, lépő “passante, calcante, camminatore”, lépés “passo, calcio, pedata”, lépcső “scala”, lépték “piede (unità di misura)”, lepény “piadina/placenta”, lebeny “lobo”, levél “foglio/a, lettera”, lábal, lépked, talpal “cammina(re)”, “calca(re)”, “girovaga(re), vagabonda(re)”, lepel “velo”, lepke “farfalla, falena”, lapát “pala” (finn. lapio), labda “palla”, lapít “appiattisce”, lapos “piatto, piano (ted. platt, flach, ingl. low, fr plat)”, lapul “si appiattisce/nasconde”, lappang “sta(re) in agguato/appostato”, lobogó (finn. lippu, liputtaa “issare la bandiera”) “labaro, bandiera, gonfalone, vessillo, stendardo; svolazzante”, lobog (finn. lepattaa) “guiza(re), sventola(re), fiammegia(re), divampa(re)”, libeg “svolazza(re)”, lebeg “sventola(re), libra(re)”, lebegő levegő/lég “librante aria”, lobban “si accende/infiamma/incendia”, “fiammeggia(re), divampa(re)”, lobbanó “fiammante, fiammeggiante, divampante”, lobbanás “fiammegiata” ecc..
I significati della parola-seme láb in magyar sono vari. Il suo valore prevalente è sostantivale e generico “piede, gamba, gambo, zampa, zoccolo, artiglio”, per estensione “base, basamento, sostegno, gambo”; quello verbale láb/b è “va (andare), cammina, passeggia, calca” (ted. “geht, schreitet”); Questa doppia valenza sostantivale-verbale permette la formulazione di massima coerenza/ coesione: Láb/b a láb «Passa/calca/va/cammina il piede». Molti altri esempi simili confermano la stessa doppia valenza della parola-seme: Nő a nő «Cresce la donna», Hat a hat «Agisce/opera/influisce il sei/6», Fő a fő «Importa(nte è) la testa» ecc.. Evidentemente affini a mag. láb sono i vocaboli: ted. Lauf “zampa”, di cui laufen “correre”, Loipe “pista (da sci) di fondo”; russ. lápa “zampa”; rum. labă “zampa”, di cui lăbos “con zampe grandi”, lăbuță “zampino”; ingl. lob “camminare goffamente”, leap “saltare, balzare, saltellare”; agr. pór (< pól), tagg. poy, erz. pil’ge, cor. bal ( | lab); derivati in lat.: labor “lavoro, opera”, labāre “barcollare, vacillare” (camminare barcollando), lābēs “caduta, crollo”, lābī “scivolare, librarsi, slittare” ecc..
Similmente a láb anche la parola-seme gemella lép [le:p] (láb > lép) ha più significati; da verbo: “calca(re)”, “passa(re)”, “calpesta(re)”, da sostantivo invece: “(miele di) favo”, “milza”, “vischio (piano-trappola per uccelli)”. Mentre l’altra gemella lap [lɒp] (láb > lap) esprime un intero ventaglio di significati affini: “foglio, pagina”, “piatto”, “carta” (da gioco), “piano, superficie”, “lato”, “piastra, lastra, placca”, “lapide”, “tavola”, “lamina, lama”, “cartolina, giornale”, “rivista”. Pericolo di confusione qui non c’è ne poiché il significato ottiene sempre chiarimento dal contesto.
Ecco qui a proposito alcuni esempi di applicazione che rivelano autoevidenza e coesione:
A láb láb/lép «Il piede calca/passa/calpesta (mette passo)».
A láb le-lép a lap-ra «Il piede ingiù calca/calpesta sulla lapide/piastra».
Az ép láb épen lép «Il salvo piede calca in maniera integra».
Az ember ép láb-a-in alap-os-an áll és láb-ai-val alap-os-an láb-kál/lép-eg-et.
«L’uomo sui suoi salvi piedi sta solidamente e con i suoi piedi cammina accuratamente.»
A hegy is áll; alaposan a lábán áll «Anche la montagna sta; stabilmente sul suo piede sta.»
Rammentiamo che in tempi antichi lo svolgere di un lavoro fisico e il lavorare in genere dipendeva decisamente dai “piedi” láb-ak. Il lavoratore arcaico kingir/šumero, egizio, minoico o incaico doveva disporre per forza di “piedi sani” (ép láb “salvo/sano/integro piede”). Durante il lavoro le piante dei piedi del lavoratore, scalze o protette, erano in continuo contatto con la superficie/piana del suolo terrestre. Erano i “piedi” con la loro “forza”, appunto láberő, a reggere tutto il suo peso corporeo e a eseguire tutti gli spostamenti necessari per il compimento del suo lavoro. Ergo:
A lap alap «La superficie/piana è base/fondamento».
A láb lap / talp az alap. «La superficie / pianta del piede è la base».
La polisemica parola-seme lap è facilmente riconoscibile in vocaboli coincidenti, di forma variata e/o ampliata come ad esempio ingl. lap “depressione, fondovalle”, leaf “foglia”, label “etichetta, cartellino, foglio/foglietto, foglia”, lepidopter “falena”, finn. lapa “scapola”, lapio “pala”, lappu “tippa, cencio, benda per gli occhi”, levy “il piatto, la lastra/piastra”, ted. Lappen, ingl. lobe “lobo”; di forma inversa come gr. phyllo, lat. folium, fr. feuille, it. foglio, foglia, pala, velo, vela, ted. Falter “falena” (lap | pal > phyl > fol > vel) e anche di forma permutata come ted. platt, Blatt, ingl. blade “foglio, lama”, alb. fletë, rum. foaie “foglia”, ted. Flamme, rum. flacără, ingl. flame “fiamma” (lap > pla > bla > fla > fia) ecc..
La circostanza che lo stesso significato “foglia” in varie lingue viene espresso coerentemente con variazioni della parola-seme lap è testimonianza della predilezione dei parlanti al gioco di variazione e permutazione fonemica: mag. levél, ingl. leaf, ted. Blatt, fr. feuille, ol. dan. blad, isl. lauf, cat. fulla, curd. pel, belg, lat. folium, lett. lapa, lit. lapas (mag. lapos “piatto/a / platto/a”), nor. blad, løv, it. foglia, agr. fúllon, gr. fýllo, port. folha, ven. foja; lomb / lõb (lomb-erdő “bosco di latifoglie” – cfr. Lombardia), ted. Laub, ingl. foliage, gr. fýlloma, fr. feuillage “fogliame” ecc..
Tante sono le forme di variazione e permutazione, inversione compresa, della camaleontica parola-seme lab in italiano e nelle altre lingue euroasiatiche; eccole qui: lab, leb, lib, lob, lub, lap, lep, lip, lop, lup, laf, lef, lif, lof, luf, lav, lev, liv, lov, luv, bla, ble, bli, blo, blu, pla, ple, pli, plo, plu, pia, pie, pio, piu, fla, flä, fli, flo, flu, fia, fie, fio, fiu, alb, elb, ilb, olb, ulb, alf, elf, ilf, olf, ulf, alv, elv, ilv, olv, ulv, bal, bel, bil, bol, bul, pal, pel, pil, pol, pul, val, vel, vil, vol, vul, fal, fel, fil, fol, ful ecc. Esse costituiscono le basi di una vasta sfera di vocaboli ampliati. Come si evince, il ludo creativo di variazione fonemica consiste sostanzialmente: nella palatalizzazione della consonante laminale-laterale l: l > j/ly/ie/ia (ad es. bla- > bia-, pla- > pia-, fla- > fia-, vla- > via-); nella variazione della vocale interconsonantica a: a > e, i, o, u, au, eu, ai, oi, ei ecc.; e nella variazione della consonante bilabiale esplosiva sonora b: in muta > p, in affricata > f/ph e in approssimante > v/w.
Nel mondo moderno prevale il pensamento logico-razionale causale, lineare: causa – effetto. Prima però, nei tempi antichi della cultura matriarcale/matrifocale, si pensava soprattutto in analogie, cioè in rapporti di rete. È ovvio che il Monte Labaro non ha “piede/i”, tuttavia considerato dalla nostra umana prospettiva, nella sua verticale e lapidea realtà geomorfologica, noi lo percepiamo come munito di “piede” láb ossia di “base” alap; ovvero attribuiamo al Monte il “piede” e lo esprimiamo pertanto dicendo “al piede del Monte”. Ne da conferma il toponimo Piemonte, versione italiana di lat. Pedemontium o Pedemontis. Quindi nella nostra immaginazione il Monte è intimamente associato al “piede”; in certo qual modo è dotato di “piede”. Il pedemontis è il punto più basso, la base del Monte ⧍ . Per estensione il vocabolo “piede” in generale viene usato per indicare la parte inferiore o di sostegno di un oggetto.
Interessante e rivelatrice a proposito la rappresentazione di tre geroglifici egizi rappresentanti le gambe coi piedi in movimento (⋀); si tratta di: in “portare/venire, prendere/apportare” (ben accostabile a mag. jön, šum. GIN / jin, “viene / venire”, mén “va / andare”), ii “venire, vien” (mag. jön) e is “va, andare” (ben accostabile a mag. visz “portare via”; Visz a víz «L’acqua porta via»).
La rilevanza del “piede” láb e della “forza di piede/i” láb-erő sul pla-/pianeta “Terra” Föld
L’uomo è dotato di “piede/i” láb/ak. E grazie alla “forza di piede” láb-erő egli si regge in equilibrio sulle sue “piante dei piedi” (láb talp-ak lett. “piede piante”) che sembra un atto sì facile ma in fondo non lo è; e, fatto di massima importanza, calcando, marciando, camminando, passeggiando coi piedi egli è in grado di spostarsi sul piano di marcia, cioè sulla superficie del suolo terrestre, planetario. Quindi è altresì in grado di dedicarsi alla passeggiata meditativa nel labyrinthos originario i cui momenti principali sono: “mettere piede” cioè “entrare” – “percorrere” l’itinerario labirintico – e “togliere piede” cioè “uscire”. L’espressione appropriata, parlante di questi momenti in magyar è: be-lép – ball-ag/lép-ked – ki-lép (lett. “indentro-calca – passeggia – fuori-calca”).
A labirintusban bolyongó ballagó lábain ballag / lépked
«Nel labirinto ambulante pellegrino su piedi suoi trotta/passeggia».
A proposito di “piede” láb Fr. Nietzsche dice:
«È bene esprimere subito una cosa due volte e darle un piede destro e uno sinistro. La verità può sì stare in piedi su una gamba, ma con due camminerà e andrà in giro.»
L’uomo è libero di andare in giro dove gli pare. Essere libero e libertà vuol dire prima di tutto poter camminare, passeggiare, “girovagare” (mag. ballag “bighellona(re)/trotta(re), girovaga(re), andare / avanzare adagio”) e pellegrinare ad lib-itum “a piacere”; le voci lat. ad libitum e lib-ēre “a piacere, essere piacevole”, lib-īdo, lub-īdo “gioia, desiderio, brama” risalgono alla parola-seme šum. lìb, lìp, (Labat s. no. 384) “cuore, interiore”, organo ricco di piani/pareti e munito di valvole. Approfondirò la ricerca relativa a questa fonte lessicale più avanti. Orbene, come abbiamo già constatato prima, per analogia anche il Monte Labaro dispone di un “piede” láb e sta ben saldo nel paesaggio amiatino; però esso non si sposta, non passeggia, non cammina, non pellegrina. Il Monte Labaro, osservato dalla prospettiva del piano/plano terrestre, è fisso, stabile, e apparentemente non si muove. Tuttavia, guardato dalla prospettiva celeste, spaziale, anche il Monte e tutto il pianeta Terra “girovaga”, incessantemente. Pianeta è da lat. planeta, a sua volta da planus, plattus, gr. platys “piano, liscio, piatto, appiattito” (ted. plan, platt, flach) – in ovvia connesione con planta “pianta del piede” (mag. láb talp) e palma “palmo (della mano) – che nella variante plános in greco significa invece “girovagante”. Planeta/Planet/pianeta/planetă trova riscontri in: aisl. flana, fr. flâner, ted. flanieren / müßig umherschlendern, umherlaufen “bighellonare”, “andare in giro / girovagare”, Flaneur / Müßiggänger “ozioso”. Convergono con mag. bolygó [bojgo:] e bója (da pel / fej / fő, finn. pää “capo, testa”) le voci: it. biglia/bilia, rum. bilă, ted. Ball, ingl. ball “palla, pallone”, fr. balise, ted. Boje “boa” (bolla galleggiante) – che sono in ovvia relazione speculare con láb “piede” (bal | lab).
I significati di “pianeta girovagante” e “pianeta/planeta Terra” in magyar si esprimono in modo appropriato con: bolygó/bolyongó bolygó rispettivamente con Föld bolygó; con la sola inversione di sequenza in → bolygó Föld si ottiene la variazione semantica “girovagante Terra”. Riconosciamo il “girovagante planeta Terra” bolygó Föld bolygó i cui molteplici “piani” (sing. lap) l’essere umano calpesta con le “plante/piante dei suoi piedi” (sing. láb talp). Assonanti e semanticamente affini a föld “terra, terreno, suolo” sono, tra l’altro: ted. Feld (e anche Welt, Wald), ingl. field “campo”, aisl. fold, asass. folda “suolo”, slav. polje “campo” (terra “piana/piatta”; v. Polonia, Kosovopolje ted. Amselfeld “Campo del merlo”). E tramite Feld/Föld si è connessi al teonimo etr. Veltune che in chiave di lettura magyar si rivela un nome parlante di rilievo: Földanya “Terramadre”. Veltune/ Földanya è assonante e semanticamente affine a Potnia (Pot = Föld / dial. Főd “Terra” → Főd-anya “Terra-madre”). L’ovvia assonanza con la voce puttana rivela uno slittamento semantico da “dea dispensatrice di vita” a “prostituta” (cfr. lat. puteus, putere “pozzo, puzzare”); si tratta della versione svalutante della grande dea Potnia / Fődanya. Eh sì, la grande dea che tutto dà e stata degradata a puttana / prostituta. L’appellativo greco Potnia Théron viene tradotto solitamente con “Signora degli animali”; assai più rilevante il significato che offre la lettura in chiave magyar/ hungherese poiché enunciativo: Főd-Anya terem «Terra-Madre genera/produce/fruttifica». Le due varianti Théron – Terem si distinguono per lo scambio di nasali n-m, del resto abituale; da terem derivano tra l’altro: teremt “crea(re), produce, genera(re)”, termő-föld “terra-fertile/produttiva”, termés “raccolto, frutto”, Teremtő “Creatrice/Creatore”, Teremtés “Creazione” e Természet “Natura”
(per approfondire v. http://www.ilpuntosulmistero.it/misterium-mysterion-etimologia-del-termine-di-zoltan-ludwig-kruse/).
Théron è ben accostabile a Turan etrusca, dea dell’amore, della fecondità/fertlità e della bellezza identificata con la greca Afrodite e la romana Venere. Il teonimo Turan che rivela un nesso al v. etr. turuke “dare in proprietà” – e che ottiene sostegno da mag. tér “concede(re), dispensa(re)”, térő “concedente, dispensatrice” – viene inteso come “la Signora, Sovrana, Patrona”; in effetti Turan funge come la Dispensatrice di forza generatrice nella Natura.
Ritornando ora alla descrizione del nostro “girovagante planeta Terra” con i suoi molteplici “piani” rinveniamo che pure le superfici fluide vischiosa, acquea e gasosa del nostro pianeta vengono espresse coerentemente con variazioni di lap; lo rivelano le voci: lava, mag. folyó, lat. flumen, fluvius, ted. Fluß “fiume”; mag. folyó felületek, ted. fließende Flächen “piani/superfici fluenti”; mag. folyás, lat. fluere, ted. Fließen “fluire” in ovvia connessione a ted. Floß, ingl. float, isl. fleki, ol. vlot, nor. flåte, pol. plawik, rum. plută, russ. plot, sve. flotte, flöte, spa. balsa “zattera”, fr. flotte, ted. Flotte, “flotta, flottiglia”; e mag felhő, ted. Wolke “nube, nuvola”, lebegő levegő, ted. levitierende Luft “levitante aria”. Come sentiamo e vediamo il ludo creativo con la parola-seme lap, gemella di láb, si rivela effettivamente indispensabile nella creazione verbale delle nostre lingue.
Il paleoantropologo prof. Giorgio Manzi, autore del libro «Ultime notizie sull’evoluzione umana», in una intervista spiega i passaggi che ci hanno portato a diventare umani:
«Abbiamo identificato cinque caratteristiche fondamentali per fare un identikit degli esseri umani. La prima cosa fondamentale sono i piedi ovvero la locomozione bipede, che ha comportato a cascata molte caratteristiche successive. Quali la liberazione delle mani che potevano essere usate per altre attività come produrre manufatti, o come accade adesso suonare un pianoforte e usare un cellulare. La seconda riguarda la capacità propria dell’uomo di comprendere e di apprendere. La terza è la tendenza a diffonderci: molta parte della nostra storia è caratterizzata dalla diffusione geografica. Poi c’è lo stare insieme, perché l’aggregazione, la condivisione, la forza del gruppo e la comunicazione sono caratteristiche molto umane. L’ultima è il pensiero simbolico. Questa è l’unica caratteristica, o quasi, propria esclusivamente dell’homo sapiens. Le altre caratteristiche le condividiamo con i nostri antenati o con i primati viventi, ma quest’ultima no, e fa il paio con l’origine delle manifestazioni artistiche e con il linguaggio. Un mondo di pensieri astratti e simboli e credenze che sono poi la principale caratteristica umana.»
Riassumendo riconosciamo che per l’essere umano i “piedi” láb-ak sono invero di importanza fondamentale (alap “base”). I “piedi” láb-ak implicano ovviamente le “superfici” lap-ok, in particolare quelle delle “piante dei piedi” láb talp-ak che reggono il peso del corpo e toccano la “superficie” lap del “piano” di sostegno terrestre, planetario, su cui avviene la locomozione bipede quotidiana. Ovviamente questa base di deambulazione plantare planimetrica, per estensione, è connessa all’ampio mondo di piani e “superfici” dell’ambiente naturale e urbano in cui viviamo. Il nostro mondo planetario (lat. planeta, dal gr. planḗtēs “vagante”, plános “girovagante”) è costituito di, anzi, è pervaso da piani. Ci troviamo, ci moviamo, appunto, “girovaghiamo” e lavoriamo nel bel mezzo di una marea di “piani” (lat. planum, planus “piano, piatto”, ted. “Fläche, flach, platt”).
La presenza di impronte di piedi e di mani sui piani delle pareti di “grotte” labar/barlang e di santuari dimostra che già in tempi preistorici l’essere umano era cosciente dell’importanza che le piante dei piedi e i palmi delle mani avevano. Su di essi ci si stava eretti, ci si spostava, si camminava sul piano del suolo terrestre e ci si lavorava/laborava; con essi si dipingevano i piani litici/lapidei delle grotte, si scheggiavano le bifacciali, si formavano le cose, si suonavano gli strumenti e si accarezzava la delicata pelle degli esseri amati.
A proposito di Piani / Superfici
Data la rilevanza del tema “piano / superficie / faccia” esso merita di essere ulteriormente approfondito. Appena si aprono i piani, le pliche delle palpebre, lo sguardo incontra “superfici” di ogni genere, dappertutto. Piani piatti, orizzontali, inclinati, verticali, concavi, convessi, ondulati, ondulanti, sferici, verdi, desertici, innevati, ghiacciati ecc. caratterizzano la realtà planetaria. [Ammirevoli i paesaggi di piani ondulati di dune di sabbia e di neve animati dal gioco di luci e ombre; incantevole l’immensità di facette iridescenti delle creste d’onda sulla superficie del mare e del lago]. Piani palpabili solidi di pietre, di rocce, di ciottoli, di sabbia, di terra, di argilla, di fango; piani fluidi di ruscelli, di fiumi, di laghi, di mare; piani/ superfici vegetali di alberi, di rami, di foglie e fogliame, di muschio, di fiori, di erbe; piani di mattoni, di tegole, di muri/valli, di pareti, di vetri, di porte, di finestre, di metalli, di lame; piani di cibo come pane, verdura, frutta, formaggio; superfici gasose di banchi di nebbia, di nuvole cumuli o pecorelle, di fiamma/e (ted. Flamme, ingl. flame), di fumo; piani di velivoli volanti levitanti, piani di barca a vela; velismo, volo a vela, veleggiare col veliero; piani alari di aero-plani, piani di acqua-plani galleggianti e via dicendo. Ricordiamo particolarmente il prezioso libro (dal lat. liber/leber = pellicola sotto la corteccia degli alberi su cui si scriveva prima di conoscere il papiro/papirus; cfr. mag. pap-írás “scrittura sacerdotale”) che è una pila di fogli scritti o stampati cuciti insieme e sfogliabili (cfr. mag. lap “foglio, lamina ecc.”, asla. lubu “scorza, corteccia”). Il foglio di pergamena (lat. vellum) è prodotta con pelli di pecora/capra o di vitello. Attualmente sono le magiche superfici luminiscenti dei schermi dei nostri computer, laptop e smartphones con le varie piattaforme che fanno concorrenza al buon libro facendoci vedere infiniti immagini, mosse e fisse. I nostri tempi sono caratterizzati da una soffocante eccedenza di immagini, a sfavore dell’ascolto. Per fortuna ognuno di noi può gestire queste conquiste della tecnica elettronica con intelligenza scegliendo la giusta misura.
La nostra stessa realtà corporea è costituita da superfici/piani. Così la nostra delicata pelle, sensibile alle carezze, le piante dei piedi, i palmi delle mani, le labbra, la pelvi, la vulva, il fallo, fonti di giòia erotica e di procreazione, i lobi polmonari, suddivisi in lobuli costituiti da alveoli e bronchioli, le valvole cardiache, i lobi epatici (ted. Leber, ingl. liver), i lobi auricolari, i lobi cerebrali e varie pellicole, membrane, diaframme, filamenti, placche, pliche, piastrine di sangue ecc.. L’unità biologica di cellula è determinata da pellicole. Piani di pellicole delimitano tutte le cellule di un organismo, separandole e proteggendole dall’ambiente esterno. Piani/superfici di “pareti cellulari” comportano delimitazione, quindi la suddivisione in uno spazio interno e uno esterno. Pertanto piani di pareti determinano per eccellenza il compartimento, la camera, la cella; come ad esempio la cella esagonale di cera costruita dalle api sulle facce del “favo” lép, la cella di tempio antico, la cella di monastero, di prigione, di campanile ecc. Ovviamente tutte le superfici palpabili del pianeggiante mondo planetario noi umani le percepiamo tramite le superfici/pellicole (lap | pal > pel) dei nostri organi di percezione. In fin dei conti è quasi impossibile avere una riflessione qualsiasi in cui il “piano / plano, la superficie” lap non sia coinvolta. E per rifletterla adeguatamente nella sua complessità e diversità, ora lo sapiamo bene, utilizziamo la camaleontica parola-seme lab e le sue multiple forme di variazione e permutazione adottando il gioco fonemico creativo. Tuttavia l’utilizzo di tale processo di creazione verbale – che io da musicista amo chiamare col termine musicale tema con variazioni – dalla maggior parte dei parlanti avviene in maniera automatica, inconsapevole. Ecco allora il motivo primo per cui scrivo anche questo studio: desidero rendere accessibile e comprensibile l’avvenimento dell’ingegnoso gioco di creazione verbale tema con variazioni. Penso meriti diventarne coscienti.
[L’enigmatico grande monolito nero con dei piani levigatissimi, elemento impressionante nel celebre film 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick, mette in rilievo l’importanza della “lastra/ lapide” lap, della “integra lapide di pietra” ép kő-lap.]
Riflessioni su lap “piano/plano” durante una passeggiata meditativa al Monte Labro
La passeggiata meditativa, praticata sin da tempi antichi, si compone ovviamente di “passi” (lép-és-ek). Per gli antichi romani il passus era inteso come la distanza tra il punto di distacco e quello di appoggio di uno stesso piede durante il cammino. Attraverso i piedi e il loro ritmico calcare e passeggiare si instaura uno scambio di energie con il suolo. Il cammino intorno ai monti sacri e in certi luoghi di potere come il labyrinthos originario e il Monte Labaro, o il cammino lungo le antiche vie di pellegrinaggio come la Francigena, stimola il suolo di “Terra Madre” Föld-Anya / Velt-Une a emanare energie particolari, benefiche che, a quanto pare, esercita una forza d’attrazione sui pellegrini. Durante la passeggiata meditativa i passi “srotolano” per così dire sul terreno appoggiando prima il tallone poi l’intera pianta del piede, concludendo col distacco dell’avampiede. I passi ritmicamente alternati sono contraddistinti dai vari momenti del cammino quali: l’alzare dei piedi e l’avanzare, il toccare il suolo calcando, lo spingere e spostare il peso del corpo in avanti e, molto importante, il mantenere l’equilibrio nello scambiare il passo. Camminare in modo consapevole è assai salutare poiché aiuta a calmare e liberare la mente.
Praticando la passeggiata meditativa sul sentiero che conduce al tempio-sacrario di Monte Labbro vengo inevitabilmente in diretto contatto con il luogo, con il terreno che calpesto, accogliendo le energie che esso diffonde. E mentre cammino comprendo di essere in connessione alla marea di passi di tutti quei viandanti che hanno calpestato questo sentiero prima di me. Un gran via-vai di campagnoli ci fu certamente nel periodo di costruzione e di utilizzo degli edifici sacrali sul Monte. Tanto dev’esser stato calpestato questo viottolo dai piedi dei zelanti membri della comunità giuris-davidica che prosperava intorno al santo Davide. Come la loro, anche la mia ascensione al sacro Monte inizia al “Piede del monte” e segue l’itinerario in una lieve ascesa fino all’arrivo sulla sommità del Monte Labaro, in un luogo denominato “Campo della Sapienza”.
Davanti a me si trovano, da sinistra verso destra, i ruderi della chiesa e dell’eremo; su un livello più alto si erge la torre di pietra in muratura a secco assai simile a un Nuraghe sardo: sono la testimonianza dell’opera della comunità giurisdavidica. Accanto all’eremo e sotto la torre si trova una naturale grotta barlang a corridoio nella cui oscura parte terminale, associabile all’utero materno, è stato allestito un piccolo altare, ove fu posto in venerazione il quadro della Madonna della Conferenza.
In questa trina disposizione templare di: torre – vano rotondo della torre & “Campo della Sapienza” – grotta utero/uterus è facilmente rinvenibile l’archetipo dei tre mondi, onnipresente nella tipica struttura dei monumenti funerari etruschi. In cima alla torre: il cielo / il mondo superiore; nel vano della torre rispettivamente sul “Campo della Sapienza”: la terra / il mondo intermedio-umano; e nella grotta dell’utero: il sottosuolo / il mondo inferiore che accoglie sia le salme dei defunti sia il “seme” mag dal quale genera la nuova vita: magicamente, ovvero in modo proprio al “seme”.
Durante la mia passeggiata meditativa-contemplativa risalta il mio fiato e fiatare (f. palatalizzata di lat. flatus, flare “soffiare”; a flare si collegano ted. Blase “bolla”, blasen “soffiare, gonfiare”, ingl. blow, ol. blagen). Col fiato il piano del mio plesso solare, poco più basso della pellicola di diaframma che sale e scende, si gonfia e si appiattisce ritmicamente. E simultaneamente mi accorgo di essere in sintonia all’astro Sole che splende sopra di noi e fiata magnificamente. Il suo fiato viene chiamato appropriatamente con l’espressione inglese flare, pl. flares (da lat. flare “soffiare”, flamma “fiamma”, flamen “soffio, fiato”) che significa “fiammata/e”. Queste fiammate (ted. Auf-flammen, da Flamme “fiamma”), che beninteso avvengono su tutti i soli esistenti, sono delle violente eruzioni di materia che fuoriesce dal piano di fotosfera della stella. È la manifestazione dell’onnipresente fiato di En.lil “Signore.Vento” (mag. Én lehel “Io fiata/(h)alita”) che pervade e vivifica l’universo.
La discesa nella “grotta” mag. barlang del Monte Labaro
Scendendo dalla piattaforma munita di croce in cima alla torre sul pianoro della sommità montana denominato “Campo della Sapienza”, i miei passi mi portano lentamente all’apertura davanti al campanile che costituisce l’ingresso alla grotta-caverna. Ogni volta che metto piede in questa “grotta” barlang sono colmo di riverenza poiché ho la forte sensazione di discendere nella sacra lapidea vulva-vagina di Terra-Madre, nell’oscura e umida profondità della quale giace il cunicolo (cfr. fr. con, spa. coño, port. cona, ingl. cunt) del suo utero che accoglie l’altare.
Questa impressione dev’essere ancora più evidente e intensa nel caso della Grotta Utroba nei pressi di Nenkovo-Kărdžhali in Bulgaria; le suggestive immagini disponibili sulla rete permettono tale congettura. Del resto utro-ba in bulgaro significa “grembo” ed è ovviamente affine al vocabolo latino-italiano uteros/utero. Uteros è prezioso in quanto conserva ancora l’insieme delle arcaiche parole-seme kingir/šumere Utu e Ereš elencate nel Manuel d’Epigraphie Akkadienne di René Labat; si tratta di: ᵈ UTU (s. no. 381), akk. Šamaš, il dio Sole, con i val. fon. ud, ut, tú, par, pir, e di EREŠ (s. no. 556), il nome della dea ᵈ Ereš – Ki – Gal “Sovrana – Terra/Gea – Grande”, dea degli Inferi e consorte del potente dio Nergal NE – IRI11 – GAL (s. no. 444). Nella cultura magyar/ hungara Erős (affine a őriz “protegge”, érő “maturante”, érés “maturazione” e sviluppato da erő “forza, potenza” che origina in ér “arteria/vena, vale(re), tocca(re), raggiunge(re)”) significa tuttora “Potente/Forte” e quindi “Sovrana”. Uteros è un arcaico attronimo, cioè un nome parlante, che rivela la comunione tra “celeste forza di luce solare” e “terrestre forza del sottosuolo”; designa in modo appropriato il cunicolo-gomitolo a forma di pera, parte terminale complementare della vagina (šum. BA-GIN, mag. be-gyön/jön “indentro-viene”; jönni “venire” / raggiungere l’orgasmo” – cfr. sanscr. Yoni, sard. Ba-Jana; ori-gin = mag. elő-jön “infuori/avanti-viene”), in cui si sviluppa l’embrione – frutto dell’unione tra seme maschile e ovulo femminile – che viene nutrito dalla madre per tutto il periodo di gestazione.
Durante la mia discesa a movimento lento nella grotta a corridoio noto stupito i piani dei massicci piastroni del soffitto, i piani delle pareti di roccia tra le quali cammino, come anche i piani dei lisci piastroni di pietra sui quali calco e che sento sotto le piante dei miei piedi. Mi trovo nella vuota “grotta” barlang del Monte Labbro (bar-la – la-bar) nel bel mezzo di piani rocciosi e piastroni/ lastroni visibili e palpabili con cui i piani delle piante dei miei piedi sono in diretto contatto. Grazie alla “forza di piedi” láb-erő mi reggo in piedi nell’umida materna caverna costituita di piatte rocce e contenuta nel Monte che a sua volta è ben piantato nel paesaggio – abbasso le palpebre e respiro.
Inspiro – espiro, la pellicola della mia diaframma sale e scende mentre i miei lobi polmonari che cingono il mio palpitante cuore si riempiono e si svuotano di aria; e sento la vivace pulsazione del mio polso. Piani di piastroni/lastroni e pareti/piani di roccia in contatto reciproco costituiscono lo spazio di “grotta” barlang che prima del mio ingresso era vuoto, più precisamente, conteneva soltanto “levitante aria” lebegő levegő. Per un lasso di tempo mi lascio impregnare e rinforzare dalla umida atmosfera generativa di questo utero materno lapideo. Poi incomincio la mia lenta fuoriuscita in ascesa che vivo come una ri-nascita: è il mio sgusciare dall’oscurità all’accecante luce del Sole.
Liberato e libero sul “Campo della Sapienza” del Monte Labaro mi sento colmato di gratitudine.
Ora mi chiedo come potrei raccontarvi tutto questo sul mondo dei piani riccamente sfaccettato, se io non avessi a disposizione la miracolosa parola-seme lab/lap con cui “giocare” creativamente? Il mio racconto sarebbe ovviamente lacunoso, anzi, piuttosto impossibile.
LAB e LIB nelle antiche fonti lessicali kingir/šumere
A questo punto della nostra indagine è maturato il momento di consultare le antiche fonti lessicali kingir/šumere. Ivi troviamo la notevole combinazione di parole-seme KAL-LAB (Labat, s. no. 322), akk. kallāpu, che esprime il significato “corriere”; in questa combinazione KAL vale “forte”, quindi il senso di KAL-LAB è “forte corritore / camminatore”. Nell’arcaica lingua kingir/šumera l’inversione di sequenza delle parole-seme di una certa combinazione era del tutto possibile; p. es.: EN.ZU – ZU.EN o AB.ZU – ZU.AB ecc. La sequenza inversa della combinazione KAL-LAB è ovviamente LAB-KAL. Orbene, questa forma arcaica in lingua magyar odierna è ancora possibile tuttavia in disuso; invece di láb-kál attualmente viene utilizzata la variante jár-kál significante “corre/cammina in giro, gira” (ted. “geht/läuft umher”), un atto che contraddistingue chiaramente il “corriere” dei tempi antichi. La parola-seme jár – intimamente connessa a láb “piede” – che risale a šum. gir (Labat. s. no. 10; gir > jár) “via strada, percorso” è polisemica; i suoi significati sono: “corre(re), cammina(re), gira(re), deambula(re), vagabonda(re), andare; funziona(re), muoversi, svolgersi, essere in corso” (cfr. est. jalg, finn. jalka “piede”) ecc..
Oltre a KAL-LAB troviamo ŠÀ (Labat, Deimel, s. no. 384), con i val. fon. lìb, lìp, akk. libbu, che esprime i significati “cuore, ventre, interiore”, “mezzo/centro, seno” (cfr. ŠÀ con mag. szív “cuore; aspira/succhia”); anche LIPIŠ (Labat s. no. 424) esprime “cuore” (cfr. mag. lapos “piatto, munito di piani”); mentre LIBIR (Lab., D., s. no. 455), akk. labāru, e LIBIR-RA, akk. labîru, significano “essere, divenire vecchio, invecchiare”, “vecchio, di prima / in tempi passati” (si noti la rivelatrice affinità assonante tra mag. leborul / dial. leború “si inchina/abbassa/cala/getta” e akk. labāru/ labîru). La voce šum. lìb, lìp “cuore” ricorre ugualmente in: aeg. JeB (< LeB), anche ib, amh./etiop. leb, tigr. lebi, ebr. lev. La sfera di vocaboli derivati dalla fonte šum. lìb, lìp è piuttosto ampia: lat. libēre “a piacere, essere piacevole”, libēns, lubēns “con piacere, di cuore”, libīdo, lubīdo “gioia, desiderio, brama”, aslav. l’ubj “caro, valoroso”, russ. ljúbo “caro, piacevole, amato”, ljubít “amare, voler bene”, ljubóv “amore”; ted. lieb, asass. liof, ol. lief, aingl. lēof, ingl. lief, sved. ljuv “caro, amato”; aind. lúbhyati “è avido, desideroso”, lōbha “avidità, cupidigia”, lubdha “avido, cupido”; ted. Liebe, ingl. love , ol. liefde, rum. iubire, serb. ljubav, ukr. lyubov “amore”; lit. liaupsẽ “elogio, lode”, liáupsinti “elogiare, lodare” ecc.. Il “cuore” lìb, lìp, l’organo dotato di valvole e di posizione e importanza centrale dell’essere animale e umano, è simbolo di “amore”. E dall’“amore” Liebe alle labbra la connessione è immediata: ciò che si ama di “cuore” lib/lìp si sfiora, si lambisce ovvero si bacia con le labbra, ted. Lippen, ingl. lips. Quant’è suggestiva la trina espressione tedesca lieben – leben – laben “amare – vivere – ristorarsi”! E naturalmente le buone, amorevoli parole vengono dal “cuore” e come tali raggiungono e toccano i “cuori” di coloro che le ascoltano. Il testo di una vecchia canzone ungherese esprime proprio questa verità: Ami szívemen, a számon “Ciò che è nel mio cuore, è sulle mie labbra” (lett. “Ciò che è sul mio cuore, è sulla mia bocca”).
Riflettendo poi sulla questione di quale sia la relazione tra lìb, lìp “cuore” e mag. láb “piede” (di cui derivano lább/lábal “cammina(re)”, lap “superficie”, lapos “piatto, piano”, lép “calca, passa, calpesta”, lépés “passo/calcio/ritmo”, lépeget “passeggia” ecc.), parole-seme gemelle in cui solo il valore vocalico è diverso, ho trovato la risposta nell’espressione tedesca Herz-Schritt-macher, in inglese heart-pace-maker, letteralmente “cuore-passo-fattore”, cioè “fattore/creatore di passo/ritmo cardiaco” conosciuto come “segna-ritmo” o “stimolatore cardiaco”. Questo apparecchio garantisce difatti il passo/ritmo cardiaco di base. Pertanto possiamo dire che “Il cuore corre”. Il “cuore” lìb/lìp del “corriere” kingir/šumero KAL-LAB (mag. láb-kál/jár-kál “va in giro”), che in tempi antichi viaggiava “passeggiando” – con la “testa” pel/fej sulle spalle – “correva” alla grande. Il nesso cioè il denominatore comune tra “cuore” e “piede/i” è costituito quindi dal “passo”, dal “correre”. Tutti e due, “cuore” e “piedi”, corrono; ovviamente ognuno a modo suo.
Anche il Monte sacro è ben associabile al “cuore”, “integro centro”, poiché dispone di una sua frequenza oscillatoria/vibratoria specifica, di solito infrasonora. Con le apparecchiature elettroniche di alta sensibilità che oggi vengono utilizzate in archeoacustica la misurazione di tale frequenza del Monte Labro/Labaro sarebbe senz’altro possibile.
Polarità “Piede/i – Testa” lab | bal > pel/fej
Riguardo alla polarità “piedi-testa” possiamo constatare che con i “piedi” l’essere umano tocca la “superficie”, il “piano” di cammino dell’oscura/(pro)fonda Terra, mentre con la “testa”, con il “capo” si erge verso la sfera di luce del cielo. L’unità originale tra “piedi” e “testa” è raffigurata per esempio in alcuni idoli preistorici giapponesi di forma fetale. Sul capitelo di una colonna nella cattedrale di Chartres questa unità originaria è rivelata in maniera impressionante. È l’immagine di un uomo che si sforza di unire testa e piedi ovvero di raggiungere la posizione fetale. L’unità originaria tra “piedi” e “testa/capo” sopravvive tuttora nel rituale della “lavanda dei piedi”, un gesto di estrema umiltà e amore poiché include l’inchino della testa verso i piedi del prossimo (cfr. proskýnesis e prosternazione). La “lavanda dei piedi” è un rito di purificazione antichissimo praticato nelle culture mediorientali e orientali sin dai tempi più remoti.
«La Chiesa vede nel gesto della lavanda dei piedi un simbolo dell’amore di Dio. Il gesto riassume tutta la vita di Gesù, il quale “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la Propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45). Lavarsi i piedi gli uni gli altri significa per i cristiani fare memoria dell’amore che Gesù ha avuto per i suoi discepoli. La Chiesa cattolica rivive il gesto della lavanda dei piedi durante la liturgia del Giovedì santo, nella Messa in Cena Domini. Questa memoria prende anche il nome di Mandatum. I cistercensi praticavano questo gesto settimanalmente, ogni sabato, all’interno della loro comunità.» (Wikipedia)
Il messaggio essenziale dell’unità originale di “piede/i-testa” ci viene rivelata in maniera esemplare dalla relazione delle parole-seme láb | fej (< pel < pal < bal) del vocabolario magyar/hungherese, che è di inversione variata. Che ciò sia notevole e prezioso lo si può comprendere ascoltando e comparando i relativi vocaboli in altre lingue europee: lat. pedes – caput, it. piede – testa/capo, ted. Fuß – Kopf, ingl. leg – head, russ. nogá – golová, fr. pied – tête, rum. picior – cap, gr. pódi – chepháli, alb. këmbë – kokë/krye. In tutti questi esempi l’unità originaria di “piede/i-testa” láb | fej – tranne la relazione speculare di rum. picior – cap, (pic-| cip > cap) – non la si può (più) constatare.
Come già menzionato, forma alternativa di fej (arc. pel) è fő, risalente a šum. PA “governatore, capo” (Labat s. no. 295), in finn. pää “testa, capo” (cfr. it. palla, bilia/biglia, rum. bilă), che oltre a “testa, capo” significa anche “principale, superiore, grande”. L’affinità tra fej “testa” e fel “insù” è palese. Dalla parola-seme fel/föl “insù” (f. allarg. felfele “verso l’alto”, felett/fölött, felül “al di sopra”, felső “superiore”, felszín, felület “superficie”) deriva il vocabolo föl-d “terra”, con cui sono assonanti e affini ted. Feld, ingl. field, aisl. fold “campo” (di terra), asass. folda “suolo” , aslav. polje; si tratta dello strato più alto, appunto, della “superficie” del pianeta (< planeta) Terra.
Sinonimo importante di mag. pel/fej “capo” è göb ( > gub/gab/geb/kop/cap/chef ecc.) in utilizzo anche nella sua forma speculare bog (> bag/bug/bak/bac/beg/bek ecc.) col significato base di “nodo/centro”. Non per caso Bog nelle lingue slave significa niente di meno che “Dio”; e in sanscr. Baghvan (cfr. mag. bog van “nodo/centro esiste”) vale il “Divino”.
Ma al centro, cioè nel bel mezzo della polarità “piede/i ”– “testa” láb | pel/fej cosa c’è?
Al centro del petto si trova evidentemente il “cuore” in šum. lìb/lìp, adagiato tra i lobi polmonari, cuore che corre e batte di continuo: dub – dab –– dub – dab –– dub – dab ––
C’è una canzone resa famosa dalla diva berlinese Marlene Dietrich che rivela questa trina relazione con le benamate parole: «Ich bin von Kopf bis Fuss auf Liebe eingestellt / Denn das ist meine Welt / Und sonst gar nichts.» tradotto in italiano: «Sono dalla testa ai piedi / impostata (accordata) per l’amore / Perché questo è il mio mondo / E nient’altro.» Ovviamente l’amore qui evocato è quello sensuale, quindi la totale sensualità ovvero libidine.
La polarità “piede-testa” è manifesta anche nel caso del Monte △. Il “piede” è la sua base ⧍ mentre la “testa” è costituita dalla sua sommità ⧊ . E, verosimilmente, al suo centro pulsa il battito del suo “cuore” ovvero la specifica frequenza vibratoria infrasonora con cui il Monte Labro riempie e imprime/impressiona l’ambiente circostante.
Peña Labra e il Cammino di Santiago
Durante le mie ricerche relative all’etimologia dell’oronimo Monte Labbro/Labaro ho rinvenuto altri Monti che sono connessi in modo particolare all’archetipo di “piede”. Si tratta dei Monti: Peña Labra / Labar in Spagna, Sri Pada sull’Isola di Sri Lanka e Jebel al-Lawz nell’Arabia Saudita.
Come vediamo, il nostro Monte Labaro non è il solo con questo nome. Anni fa nel corso delle mie ricerche sulla rete ho rinvenuto con stupore che c’è ne pure un altro monte col nome quasi identico. Si tratta di Peña (“Vetta”) Labra, che in un atlante tedesco del 1975 è indicato pure nella forma Labar. Peña Labra/Labar, un monte maestoso alto 2018 m a forma di piramide tronca, si trova in Spagna nella Cordigliera Cantabrica, più precisamente nella Sierra de Híjar nelle Montagne di Cantabria. Nelle loro vicinanze serpeggia il più famoso sentiero di pellegrinaggio conosciuto come “il cammino di Santiago”. Quindi Peña Labra/Labar si trova in un’area geografica in cui il “cammino”, il “passeggio” (nel vero senso della parola), appunto, il pellegrinare è il tema principale già da molto tempo. Pertanto la forma di base mag. A láb ró “Il piede percorre” si rivela essere il nome parlante appropriato per un/il pellegrino, ovvero per un “camminatore”. I sentieri lungo ai Monti Cantabrici connettono Peña Labra/Labar sia al cammino di Santiago lungo la costa cantabrica, cioè la Ruta de la Costa, sia a quello interno, il cammino Francese ovvero la Ruta Inferior. Come il Monte Lab(a)ro anche la Peña Labra/Labar è costituita di rocce calcaree. Ai piedi di Peña Labra, in località Fontibre presso Reinosa, sgorga la sorgente del fiume Ebro (lat. Iberus, dal basco ibar “riva del fiume”, assai simile a mag. part “riva, proda”), il più grande della Spagna. L’Ebro sfocia in un ampio delta nel Mar Mediterraneo, a sud-est della città di Tortosa. Altrettanto vicino è il Portillo (passo) de Piedrasluengas. A una quarantina di km da Peña Labra/Labar, sulla costa invece, si trova la famosa grotta di Altamira con le sue favolose pitture parietali preistoriche.
La Ruta de la Costa, il Cammino del nord, cioè la via di Santiago lungo la costa cantabrica, essendo la principale traccia del cammino più antico, testimonia che i pellegrini arrivavano a Santiago da porti atlantici. La maggior parte del Cammino del nord è costeggiato dalle montagne di Cantabria e il Mar Cantabrico. Quello Francese, invece, è il cammino che conduce a Santiago più frequentato dai pellegrini di tutto il mondo.
Nel 1987 el camino de Santiago è stato riconosciuto e dichiarato dal Consiglio d’Europa “itinerario culturale europeo”. La via di terra dall’Italia che convergeva verso Santiago era ed è tuttora la via Francigena. Il pellegrinaggio a Santiago di Compostela era nel Medioevo uno dei tre pellegrinaggi maggiori insieme a Roma, in visita alla tomba dell’apostolo Pietro, e alla Terra Santa. Pertanto, a quell’epoca, l’Europa era percorsa continuamente da pellegrini di ogni parte del continente. Molti raggiungevano Santiago, molti si fermavano a Roma, gli altri scendevano lungo la penisola fino al porto di Brindisi e da lì si imbarcavano per la Terra Santa.
È alquanto chiaro che l’oronimo Peña Labra/Labar sia correlato alla croce basca lauburu, il simbolo dei Paesi Baschi meridionali confinanti con la Cantabria. Labra/Labar rivela una chiara assonanza e affinità semantica al simbolo lauburu (“quattro teste”), una cosiddetta “rosa camuna a svastika”, girandola di fuoco che in questo caso riflette, a differenza della Trinacria, il “corso” annuo dello splendente astro Sole indicando le quattro direzioni spaziali, in senso orario: nord – est – sud – ovest, associate alle quattro stagioni: inverno – primavera – estate – autunno.
Sri Pada “Sacro Piede”
Nella parte sud-occidentale dell’Isola di Sri Lanka esiste un altro Monte imparentato col nostro Monte Labbro/Labaro; il suo nome è Sri Pada che in sanscrito significa “Sacro Piede”. Altri nomi di questo Monte sono: Samanalakanda in singalese e Sivanolipatha ” in tamil che significano “Montagna delle farfalle”, e Adam’s Peak “Picco di Adamo” in inglese. Per la nostra ricerca etimologica dell’oronimo Monte Labaro / Láberő “forza di piede”, il nome Sri Pada “Sacro Piede” è di interesse piuttosto speciale in quanto in esso ritroviamo associati: “Monte” e “Sacro Piede”.
Il Monte Sri Pada, che raggiunge i 2243 m, è meta preferita di pellegrini buddisti, induisti, musulmani e cristiani. Sulla vetta si trova un monastero all’interno del quale giace una grande, impressionante impronta di “piede”, lunga un metro e ottanta. I buddisti la venerano come impronta di Buddha. Gli induisti la considerano l’impronta di Shiva Adipadham. Mentre i musulmani e i cristiani vi riconoscono l’impronta di Adamo, l’uomo primigenio.
La relazione delle parole-seme láb – tab | bat > pad
Come risulta, il concetto di “piede” in magyar e sanscrito viene espresso con due vocaboli diversi, apparentemente diversi. Perché comparando la sonorità delle due parole-seme láb e tab (forma speculare/inversa di bat/pad) rinveniamo una coincidenza di due terzi. Ovvero due dei tre fonemi costituenti, la seconda a e la terza b, sono identici, mentre solo i fonemi iniziali l e t sono diversi. Cioè la differenza tra le due parole-seme è che in tab, rispetto a láb, al posto della l si trovi la t; è lo scambio láb > tab, quindi, che fa la differenza (cfr. Lab-ar – Tab-or). Continuando l’indagine rinveniamo che la forma speculare di tab è bat, (tab | bat) la quale presenta diverse forme di variazione; per esempio: pad, pit, pid, poús, fod, foot, Fuß ecc.. La relazione tra láb e tab | bat / pad / foot è quindi di questo genere.
In questo contesto è assai interessante il vocabolo mag. talp significante “pianta del piede; suola” in quanto fusione di láb e tab | pat. Talp – che contiene alap “base, fondamento” e a lap “il piano” – è in chiara e stretta relazione con föld “terra, terreno, campo” (talp anagrammato: palt > föld; cfr. ted. Feld, ingl. field “campo, terreno”). Ai due sigilli consonantici l e b di láb “piede” che riflettono appropriatamente la “piana superficie” e la “sporgenza” che il “piede” di una figura umana in profilo rappresenta, si aggiunge il sigillo consonantico t, che, coerentemente, riflette il “tocco di terreno” ⟂ . E il fatto che il t si trovi in posizione iniziale, cioè in primo piano, parla da sé, giacché mette in risalto l’aspetto del “tocco di terreno” ⟂. Téb – láb è espressione di “si muove / cammina”.
Andando avanti con l’indagine notiamo che dab/dob/dub “tamburo” riflette cioè imita il battito del “piede” láb, che “pestando/calcando” lép sul “suolo/piano” lap esso produce. Quindi dab/tab/ dob/dub non è altro che il risultato, l’effetto sonoro del “piede” che “pesta/calca” sul “suolo/piano” terrestre (mag. tapos “pesta i piedi per terra”, topog “batte i piedi”, dobog “batte, pulsa, rimbomba”, dobogó “battente, pulsante, rimbombante; palco scenico” e – gr. topío “paesaggio”, tópos “luogo, sito, posto”, topikós “locale, del posto” che vengono calpestati coi piedi).
Nella maggior parte delle lingue europee e anche extraeuropee di tipologia flessiva il concetto di “piede” viene realizzato con diverse forme di variazione del vocabolo sanscrito pāda. Così ad esempio in: gr. pódi, agr. poús, pór, lat. pēs, spa. pata, it. piede, sic. pedi, sard. pee, pei, rum. picior, scoz. fit, ingl. foot, fr. pied, fri. pît, pîd, ted. Fuß/Fuss, dan. fod ecc.
Ebbene, il vocabolo pāda, nella variante pata, è presente anche nel vocabolario magyar/hungherese. Il suo significato “zoccolo, zampa” cioè “piede di animale” è però leggermente slittato da “piede (umano)”, comunque molto vicino a esso. Notiamo che a mag. pata corrispondono i vocaboli ted. Lauf, russ. lápa, rum. labă “zampa, zoccolo”. In fondo pata risulta sinonimo di láb. Difatti in magyar/hungherese è possibile dire sia ló-láb “piede di cavallo” sia ló-pata “zoccolo di cavallo”. La prima è espressione generica, la seconda invece specifica. Alla voce pata sono affini pot/főd, forma arcaica dialettale di föld “terra” (cfr. etr. Velt-, ted. Feld, ingl. field “campo”) e fut “corre(re)” (cfr. ingl. foot “piede”), con i derivati futó “corritore/-trice”, futár “messaggero/messo; alfiere (scac.)”, futás “corsa” ecc.. Da pata derivano, tra l’altro, patkó “ferro di cavallo”, patkol “ferrare (il cavallo); patkolás “ferratura”; e anche il verbo pattan “salta(re), balza(re)” rivela una connessione a pot/főd-pata (p. es. lábra pattan “salta(re) / balza(re) in piedi”, lóra pattan “salta(re) sul cavallo”). Una circostanza degna di nota è che nella parola-seme fut “corre” sia contenuta út “via, strada, percorso, viaggio”. Praticamente fut è un allargamento di út: út > f-ut; e tramite út si è inevitabilmente connessi a UTU/Šamaš “Sole”, il grande itinerante cosmico che determina il “ritmo” üt-em (da üt “batte, pulsa”) di giorno – notte e altresì di quello delle stagioni. Ecco un paio di esempi di applicazione che mettono in luce la coesione ivi presente: az úton futó “il via-su corrente / il corrente/corridore sulla via/strada”, A fut-ó az út-on fut «Il corridore / la corridrice via / percorso-su corre / Il corridore corre sul percorso / sulla via / strada».
Dob, top, dub, tup, dab, tab, tip-top-tap ecc. sono praticamente parole-seme onomatopeiche in quanto imitazioni del battito di tamburo rispettivamente della pestata dei piedi (→ Tabor: Indagine sull’etimologia dell’oronimo http://www.ilpuntosulmistero.it/12162-2/).
La forma speculare di pad è dap/dab (pad | dap / dab); la variazione dob (dab > dob) in magyar/ hungherese significa “tamburo; lancia(re), getta(re), butta(re)”, di cui dob-ol “tamburella(re)”, dob-os “suonatore/-trice di tamburo”, mentre top-og, dob-og e dob-og-ó significano appropriatamente “pestare i piedi per terra”, “batte(re) i piedi” e “battente, pulsante; palco scenico”. L’efficacia di pad/pāda, nella sua forma speculare lievemente variata dob (pad | dap > dob), è facilmente constatabile. È chiaro che dob, dob-ol, top-og e dob-og sono intimamente correlate alla “superficie” lap (dob – lap), cioè alla pelle / membrana del tamburo, al piano del suolo, al palco scenico. Del resto la “desinenza” –og è di chiara origine kingir/šumera: AG “fare” (Labat, s. no. 97); il senso di top-og e dob-og è quindi: “fa(re) top”, “fa(re) dob”. È la stessa parolina che in italiano, e nelle lingue di tipologia flessiva in genere, viene utilizzata di solito in posizione iniziale: ag-ire, ag-ente, ag-ile, ag-itare, ag-itazione ecc..
Ecco alcuni esempi di applicazione che facilitano la comprensione dello scambio l – d/t (lab – tab).
A láb-talp az ami tapos «È la pianta del piede che calca, calpesta».
A láb-talp az ami a táj-talajt tapossa «È la pianta del piede che calpesta il suolo (di) paesaggio”.
A ló-pata is a táj-talajt tapossa «Anche lo zoccolo di cavallo calpesta il suolo (di) paesaggio».
A lépő láb az ami a föld-alapon topog, dobog «È il piede che pesta, batte sulla terra-fondamento».
A lépő láb a föld-alapon topog, dobog. «Il piede calcante sulla terra-fondamento pesta, batte».
Constatiamo quindi che i sigilli consonantici che determinano il senso del vocabolo pāda sono: la esplosiva p che riflette “sporgenza” (cfr. il geroglifico monoconsonantico “piede” per il suono b) e la dentale d/t che riflette “tocco, dente” (cfr. šum. UTU, ut, tú, pir , Lab. s. no. 381, “Sole”, i raggi di Sole “toccano / addentano” l’orizzonte e il paesaggio; TI, Lab. s. no. 73, “costola; vivere”; TI-TI “mammella/ seno”, DA, Lab. s. no. 335, “ambiente, dintorni”, TAG, Lab. s. no. 126, “toccare, colpire/battere” – mag. tű “ago”, tő “attaccatura”, üt “batte”). Cosicché pāda/pad e láb condividono il sigillo consonantico della esplosiva p/b. Inoltre il “tocco” della dentale d/t è relativo alla “superficie” lap e al “piede” láb, parole-seme queste in cui, per coerenza, è il sigillo consonantico della laminale-laterale l in primo piano a essere efficace.
Derivati da gr. topos, topoi (cfr. mag. tapos “calca, calpesta” il terreno/suolo) “posto, luogo, sito, terreno” sono voci come: topogeno, topografo, topografia, toponimo, toponimia, topologia ecc. Mentre da sanscr. pāda “piede” sono derivati vocaboli come: podio, podista, podismo e ted. Pfad, ingl. path, ol., afr. pad, gr. mono-páti, tur. patika ecc. che significano “sentiero”. Vuol dire che i significati “piede” e “sentiero” risalgono alla stessa parola pāda. La distinzione semantica viene raggiunta tramite una minimale variazione fonemica: in ted. Fuß/Fuss > Pfad, in ingl. foot > path, in ol. voet > pad ecc..
Qual’è il senso e il valore di questi messaggi essenziali? O con altre parole: possono avere queste coincidenze per noi oggi e qui qualche significato, qualche messaggio? O dobbiamo considerarle puramente casuali, insignificanti, ignorandole e trattandole con indifferenza? Eh no, queste coincidenze non possono esser ignorate, esse sono preziose e esse si impongono; si impongono in maniera sottile, tuttavia efficace. Poiché riflettono la realtà basilare/fondamentale del “piede”. E la riflettono con parole-seme in cui sono determinanti i sigilli fonemici più adeguati, appropriati: la «L» (elle), la «B» (bi) e la «D/T» (di/ti). Essi in fonetica sono definiti come: «L» – “laminale-laterale” (l’organo articolante laminale è la lingua che, articolando la o le, si abbassa indicando l’“esser relazionato al basso / al suolo”) corrisponde alla “superficie”; «B» – “bilabiale esplosiva” corrisponde alla “bombatura” delle labbra e delle guance durante l’articolazione e parallelamente all’immagine “sporgente” della “testa del piede” (ted. Fuss-Kopf) del corpo umano rappresentato in profilo; «D/T» – dentale che riflette “tocco”, “dente” (ingl. tooth, ted. Zahn, fr. dent) “addentare”.
Riguardo al Monte il “piede” pada/pata – láb è il suo punto più basso, la sua base, il suo fondamento; cioè l’orizzontale del triangolo equilatero di forma piramidale ⧍ , appunto : Piemonte/Pedemontis “al piede del Monte”, pedemontano.
Jabal al Lawz e l’Associazione Monte – Piede/i
Il documentario intitolato “The real Mount Sinai found” di J. e P. Caldwell pubblicato su Youtube offre delle informazioni assai interessanti riguardo alla nostra indagine. Gli autori identificano il Monte Jabal al Lawz, arab. “Monte del Mandorlo”, situato nella parte nordoccidentale della Arabia Saudita in una regione che la Bibbia indica col nome di Madyan, con il vero Monte Sinai. Una circostanza di rilievo è che alla base del Monte Jabal al Lawz giacciono un po’ ovunque delle pietre con impronte di “piedi” (v. su YouTube “Mountain of God – Jim & Penny Caldwell Interview [2009] 6 of 8” 5:24 – 5:48). Questa particolarità vistosa ed eccezionale i scopritori l’hanno interpretata come simbolo della presenza del popolo eletto, che ha camminato a lungo nei deserti, formulandola così: “We are the wandering people”. Ma, pensandoci bene, “il popolo pellegrino”, “il popolo camminatore” su due “piedi”, oltre al popolo eletto, siamo in fondo tutti noi umani. È veramente notevole il fatto che tutte queste “lastre / piastre” di pietra, cioè lapidi, con impronte di “piedi” si trovino al “piede del Monte” (lat. Pedemontis) Jabal al Lawz (cfr. ingl. love), che ovviamente sta ben piantato nell’arido paesaggio desertico. Notiamo che l’oronimo Jabal al Lawz rivela una certa affinità alle parole-seme mag. láb “piede, marcia(re)”, lap “pianta, piastra/lapide”, lobb “fiamma” e lép “calca(re), passa(re), cammina(re)”, di cui derivano lapos “piatto, piano”e lépés “passo”, del resto fonte d’origine anche dell’oronimo Labro/Labaro. Con buona ragione Jabal al Lawz potrebbe esser chiamato anche “Monte della Lapide”, “Monte del Piede e del Cammino”.
Riguardo al tema archetipale di “cammino, pellegrinaggio” dobbiamo ricordare assolutamente il “Gioco Reale di Ur”, uno dei giochi da tavola più antichi dell’umanità. Giacché si tratta di un gioco di “percorso” in cui i giocatori entravano da una casella della tabella percorrendola fino all’uscita. Il segno predominante sulla tavola del Gioco reale di Ur è il “cinque del dado”, cioè quattro punti/cerchi disposti in quadrato con al centro il quinto punto/cerchio: ⁙ (v. la pintadera sarda). Il segno è rappresentato anche sulle due serie di sette pedine complementari appartenenti al gioco: sette bianchi (diurni) con 5 punti neri e sette neri (notturni) con 5 punti bianchi. Ebbene, questo “cinque” di “percorso”, in mag. öt e út, è rappresentazione schematica di dio UTU, akk Šamaš (Lab., s. no. 381), “Sole”, che ha i valori fonetici ud, ut, tam, pir, par. Le combinazioni di parole-seme magyar/hungheresi affini a UTU sono rivelatrici, parlano da sé: Út-úr “via/percorso-Signore / Signore – percorso”, Út-ura “Signore del percorso”, Öt-úr “cinque-Signore / Signore-cinque”, Öt-ura “Signore del cinque”, Ütő úr “pulsante Signore / Signore pulsante”, Idő-úr “tempo-Signore / Signore – tempo”, Idő-ura “Signore del tempo”, Ütem ura “Signore del ritmo”: giorno – notte, primavera – estate – autunno – inverno, Ötös utas “Cinque viaggiatore / itinerante” (cfr. etr. Utushte, gr. Odisseus, odós “via, strada”). Quindi base di riferimento di ogni “percorso/cammino/” è l’iti-nerario del Sole. Dal cinque del dado ⁙ vengono sviluppati ovviamente anche i simboli: lauburu, svastika e rosa camuna a svastika menzionati innanzi.
In questo contesto è assai significativa la rappresentazione della svastika sulle impronte di piedi del Buddha; su ogni dito si trovano due simboli svastika. È l’espressione simbolica dell’incessante rinnovamento e dell’ininterrotta permanenza della vita. Il ciclo continuo delle rinascite. Il corso del “cammino” generazionale. Il messaggio: A Láb ró “Il piede percorre” connesso a láberő “forza di piede”, la forza necessaria che rende possibile sia la stabilità sia la locomozione deambulatoria, ottiene qui una straordinaria rilevanza centrale.
L’Associazione Nap – Láb “Sole” – “Piede/i” e Dob – Göb “Tamburo” – “Nodo”
Come il Monte, nemmeno il Sole dispone di piede/i; eppure “cammina, corre”. Corre da levante a ponente lungo il suo itinerario sulla volta celeste. Espressioni come tedesco e inglese Tageslauf, Course of the day “corso del giorno”, Jahreslauf, Course of the year “corso dell’anno” ne danno conferma. L’associazione tra piede/i e Sole è molto antica. Essendo UTU, akk. Šamaš, il brillante celeste “viaggiatore/corridore” diurno l’associazione ai piedi da parte dell’uomo risulta cosa naturale (mag. út “via, viaggio, percorso, itinerario, strada”, idő “tempo”, utas “viaggiatore,”; a nap járása “il corso del Sole/giorno”, az év járása “il corso dell’anno”, lábkál “cammina, corre”, járkál “corre, pellegrina, va in giro”). UTU, pir, par – Šamaš – Sole “mette piede”, metaforicamente espresso, sull’orizzonte di levante. È là che “entra” e inizia la sua brillante e gloriosa corsa giornaliera. E “toglie piede”, sempre in senso traslato, sull’orizzonte di ponente. È là che sprofonda nell’abisso AB.ZU / ZU.AB e continua sua corsa notturna attraverso il regno infero. La corsa diurna di UTU viene completata dalla corsa notturna della splendente celeste corritrice SIN “Luna” che determina il ritmo settimanale-mensile: ITI, ITU (Lab. s. no. 52) “mese”, “luna nuova”.
Assai interessante a questo proposito l’espressione dei concetti di “piede” e “Sole” in magyar realizzata tramite lo scambio di consonanti l – n : láb – nap/nab. La stessa modalità di mutamento semplice e ingegnoso rivelante l’affinità semantica l’abbiamo incontrato già precedentemente ne: láb – tab/több/dob (scambio di l – t/d), “piede” – “doppio, raddoppiare”, “tamburo”; e la ritroviamo ugualmente ne: nab/nap – gab/göb (scambio di n – g), “stella, Sole” – “nodo, nucleo, seme”. Apprendiamo quindi che la coesione nella catena di parole-seme lab – tab/dob – nab – gab/göb è garantita dalla presenza del concetto di “integrità” che il condiviso nucleo ab esprime (Labat s. no. 535: IB, eb, ep, ib, ip, “interiore”, “una cintura).
v. http://www.ilpuntosulmistero.it/epifania-sonoro-messaggio-di-zoltan-ludwig-kruse/
Il corso del Sole che crea la sequenza di giorno & notte è ritmo. Camminare, correre, pellegrinare, danzare il tip-tap è ritmo. Parlare parole dalle labbra è ritmo. Inspirare-espirare è ritmo. Il palpito, il pulso è ritmo. Il battere della pioggia e della grandine sulla tettoia è ritmo. Questi e altri ritmi si possono imitare col tamburo. Ora, per analogia, anche il paesaggio è ritmo. Contenuto nel ritmico paesaggio maremmano si erge il monte a forma di tamburo, un nodale contrappunto topologico ai vari piani circostanti più o meno ricoperti di vegetazione. Intanto il sentiero che conduce al Monte Labbro viene battuto e fatto vibrare dalle ritmiche pestate dei pellegrini che lo rendendo quasi un tamburo parlante. Ciò che accomuna labbra e piedi è il movimento. Difatti labbra e piedi, che sono ambedue organi geminati, manifestano la loro efficacia nel movimento. Il ben conosciuto effetto delle labbra che si muovono è la parola, la parlata; mentre l’effetto dei piedi che si muovono è il passeggio, il cammino. Pertanto comunicazione verbale e comunicazione ambulante sono in complementare correlazione. Ed è ovvio che la libertà di parola, di labbra, e la libertà di movimento, di passi, sono due beni preziosissimi dell’essere umano.
Tutto sommato questa correlazione risulta rivelante per la nostra ricerca poiché trova la sua verifica nel paesaggio maremmano in cui il monte Labbro/Labaro, pila di piastre calcaree, costituisce un centro/nodo tellurico, geo-energetico; una specie di sporgente ombelico topo-logico (umbo “sporgenza circolare”, lat. umbilicus / gr. omphalós; risale a šum. NAB/NAP à“stella, brillare”, mag. nap “Sole, giorno”, sanscr. nábhi “centro-mozzo, Sole”, ted. Nabe, sve. nav, ingl. nave, ol naaf “mozzo di ruota”, pers. naf, ingl. navel, ted. Nabel “ombelico”, Noppe “nodino”, Nippel “capezzolo”; il processo di mutamento fonemico è: nab/nap > anb/anp > amb > omph > umb > omb). Ed è un “umbo-ombelico” paesaggistico – ebr. tabur “ombelico, mozzo, centro” – cioè un “nodo” energeticamente “nutriente” (cfr. mag. göb | bog, da šum. GAB “seno, mammella” con nodi capezzolari; aeg. Geb dio del “globo Terra” mag. Föld-gömb/gṏb lett. “Terra-globo”, tur. göbek “ombelico”, bağ “banda, cappio”, Boğa “Toro”, mag. bika “toro”, bak, ted. Bock “becco” muniti di nodo testicolo; slav. Bog “dio”, sanscr. Baghvan “il divino”, lid. Bak “Bacco”, etr. Paxa “Bacco, Dioniso”, per. Baga “Signore benevolo”, ingl. big boss “grande capo”). Lo si apprende da: šum. TAB “raddoppiare, duplicare, moltiplicare”, mag. több “di più”, táp “nutrimento”, dob “tamburo; getta(re), butta(re)”, domb “collina” (tombale). La sonora correlazione delle parole-seme arcaiche lab – tab – nab – gab implica ovviamente un intrinseco intreccio semantico.
(v. http://www.ilpuntosulmistero.it/12162-2/ – Tabor: Indagine sull’etimologia dell’oronimo)
Il cerchio con nucleo centrale ☉ è noto simbolo del “Sole” nap; per analogia esso può rappresentare sia il seno con centrale nodo capezzolare, sia il centrale nodo ombelicale e pure il tamburo tabla ⦿ . Sinonimi di “nodo” sono: nucleo, nocciolo, fulcro, cuore, centro. In senso traslato anche i corpi celesti astrali e planetari possono essere considerati dei “nodi/nuclei”, nel senso di agglomeramenti sferici, appunto, dei globi (göb / gṏb > glob-o), volendo delle biglie cosmiche, spaziali. L’efficacia dell’arcaica parola-seme gab / göb “seno/nodo/centro” persiste tuttora in una moltitudine di vocaboli come ad esempio in: lat. gubernaculum “direzione, conduzione, governo”, gubernare “governare”, gubernatio “governo”, gubernator “governatore”, caput “capo, chef”, it. capitano, capoccia, capo-governo, ted. Kopf/Kopp, mag. köb “cubo” (v. la Kaaba di Mekka), kebel “seno”, köp “sputa(re)”, köpet “sputo, espettorazione”, kapar “grattare, raschiare”, intimamente connesso al dio aeg. Kephri “divenire, originare” (nell’antica mitologia egizia il mondo è immaginato come sputato fuori dalla bocca della divinità), “il Sole di mattino”, ted. Käfer, mag. bogár “coleottero”, ingl. bug “coleottero”, kép (ingl. picture) “immagine”, képez “forma(re), modella(re), crea(re)”, képzel “immagina(re)”, képzelet “immaginazione”, képzés “formazione, modellamento, creazione”, képződmény “formazione”, kobak “zucca (capo)”, koponya “teschio”, gabona “grano” e così via.
Trinacria
Il simbolo trinacria che rappresenta una testa femminile con tre gambe-piedi piegate è noto emblema dell’isola di Sicilia, anticamente chiamata Triquetra o Trinacria. I tre promontori e vertici Pachino, Peloro e Lilibeo dell’isola rimandano, difatti, al triangolo. La trinacria è antico simbolo religioso orientale che in origine mostra(va) il dio del Sole. Ciò è confermato da numerose monete provenienti da città dell’Asia Minore come Aspendo/Panfilia, Olba/Cilicia, Berrito e Tebe nella Troade. In origine al posto della testa di gorgone o della testa femminile al centro si trovava, quindi, il Sole. La Trinacria è chiara espressione dell’associazione Sole-piedi. Le tre gambe-piedi del Sole riflettono le tre posizioni marcanti del “corso” giornaliero del Sole: sorgere – mezzogiorno – tramonto. È solo in epoca romana che la trinacria perde il suo immanente significato religioso per diventare esclusivamente il simbolo geografico della Sicilia.
Triscele/Triskelion
La triscele a sua volta è un antico simbolo celtico formato da 3 spirali unite in un punto centrale; per estensione qualunque altro simbolo con tre sporgenze e una triplice simmetria rotazionale. Da questa arcaica forma geometrica deriva la raffigurazione antropomorfa, cioè di un essere con tre gambe.
Una variante della Trinacria di Sicilia la si trova sulla bandiera dell’Isola di Man (in latino Insula Mona; in mannese Ellan Vannin / Mannin), situata nel Mar d’Irlanda, tra l’Irlanda e la Gran Bretagna. Difatti, il simbolo che si trova sulla bandiera dell’Isola di Man è pressoché identico a quello della Trinacria di Sicilia. Come la triscele-trinacria col gorgoneion al centro, emblema della Sicilia, anche la triscele dell’Isola di Man risale al simbolo religioso orientale che in origine mostrava il dio Sole.
La presenza delle basi van – man nei due nomi dell’isola Vannin e Mannin, che sono praticamente identiche con le parole-seme wàn e man le quali in cinese e giapponese designano la ruota di fuoco svastika, conferma questo legame al Sole, “Signore del itinerario celeste”. Le stesse parole-seme van e mén del lessico magyar/ungherese insieme ad alcune delle loro forme di variazione offrono ulteriore sostegno semantico: van – fenn – vén – fény – mén – menny “esiste – in alto – stravecchia – luce – stallone; va/cammina – cielo”. Questa realtà verbale originaria permette la formulazione della rivelatrice frase: A mennyei vén-fény-mén van és mén «Il celeste stallone di stravecchia luce esiste e va/cammina/corre».
La parola-seme ro
In questa fase finale della nostra indagine rivolgiamo la nostra attenzione alla seconda parola-seme di Labbro che è ro, una voce arcaica chiaramente onomatopeica. La sua primaria fonte d’origine documentata è šum. ra (Labat s. no. 328) “essere colpito”, “colpo”, “picchiare, pungere, mordere, incidere”, re, ri (Labat s. no. 86) “colpire, battere, picchiare (su qc.)”, (far) “cadere” (su qc.) e quindi “lasciare traccia / segno”, cioè “impressionare, improntare, incidere”. A questa fonte antica coincidono in magyar: rá, ró e rí. La variante rá significa “sopra, su di esso/a” e funge in numerosissimi casi da prefisso di direzionamento dell’azione espressa nel verbo; così ad esempio in: rá-áll “sovra-sta(re)”, rá-ül “sopra si siede”, rá-lő “sopra spara”, rá-mén “marcia(re) sopra”, rá-lép “calca(re) sopra”, rá-köp “sputa(re) sopra”, rá-néz “guarda(re) sopra / su di”, rá-ragyog “splende(re)/raggia(re) sopra”, rá-kel “si alza / sorge(re) sopra”. Quest’ultima nella accomodata variante reggel è suggestiva espressione di “mattina/o” ovvero del momento in cui il Sole / Ra “si inalza sopra” kel l’orizzonte di “levante” kel-et. La variante ró è appropriata espressione dell’ essenziale atto di “incide(re), imprime(re)”, ovvero di “scrive(re) rune”, quindi di lascia(re) traccia; in senso traslato “imporre, infligge(re), caricare, addossare, percorre(re) un percorso (a piedi)”. La variante rí esprime a sua volta il significato affine di “grida(re), strilla(re)”; il fatto di ritrovarla anche nei vocaboli italiani e pure francesi (cri, crier, écrire, écriture), tedeschi (Schrei, schreien, schrill “stridente”, Schrift, schreiben) e inglesi (scream “gridare”, screamer “strillone”, screech “strillare, stridere”) è quindi cosa del tutto naturale. Le combinazioni rá-ró e rá-rí di pregnante, incisivo effetto sonoro significano propriamente “incide(re) sopra” (ted. drauf-ritzen), “precipita(re) sopra” (drauf-stürzen) rispettivamente “grida(re)/strilla(re) su (qu.)”. Rá-ró è pregiato nome di “falco” in Ungheria (preso in prestito in pol. raróg “falco”). Il nome latino di falco sacro è cherrug. Il lemma cherrug risale al nome del dio aeg. Hor/Hor-us che veniva notato, appunto, col geroglifico del “falco”. Risultano forme anagrammate di Hor-us / cherr-ug: ar. ṣa-qr, mong. shon-kor, mag. kere-csen. Mentre nelle lingue slave per “falco” ricorre la variante ingentilita so-kol. Nella anagrammata trasliterazione in lat. sa-cer, it. sa-cro, rum. sa-cru, ingl. sa-ker, fr. sa-cre avviene lo slittamento semantico all’idea di sacralità; cosicché “falco” equivale a sacro (Hor > cer/cro, us/ug > sa; Hor-us > Cherr-ug ⥦ sa-cer).
Degno di menzione la variazione fonemica kere-csen > kará-csony [kɛrɛʧɛn > kɒraʧoɲ] che in magyar comporta il mutamento semantico cherr-ug > “natale”; voci corrispondenti assonanti a mag. kará-csony sono alb. kër-shën-della, arom. căr-ciun e rum. cră-ciun “natale”. La sonora affinità constatabile tra le voci mag. kerecsen e karácsony risulta assai interessante e preziosa poiché rivela una loro intima correlazione. Getta luce e agevola la comprensione di questa correlazione il fatto che durante il solstizio d’inverno, periodo in cui la luce del Sole raggiunge la sua massima debolezza in connessione alla posizione più bassa della sua traiettoria, in Ungheria persiste tuttora l’antica usanza di far inalzare e “volteggiare” (köröz) i falchi sacri kerecsen / cherrug – con l’ovvia intenzione di aiutarlo a risollevarsi. Il falco sacro Cherrug / Horus è nota ierofania del dio Sole Ra (Re-Harachte). Sono i suoi raggi che irradiano rá-ró lett. “sopra-incidono” (in mag. sugár “raggio”, coincide con šum. ŠU.GAR.RA “Ciò che giunge lontano nello spazio”, in ebr. ‘zohar “radiazione, splendore”, zahar “splendere, brillare”) e che inondano di luce il mondo e fecondano la superficie, cioè il piano del pianeta Terra.
falco Hor / Horus Cherrug / Kerecsen
Le runa sono i noti segni grafici, alfabetici e simbolici, delle antiche scritture germaniche, ma non solo; runa s. f., dal rūnar, plurale di rūn, in nordico antico significa «scrittura (segreta)», in got. rūna rende ugualmente «mistero, segreto». Altre antiche scritture runiche sono quella székely-magyar, quella turca dell’Orkhon e quella khazara / delle steppe. Il termine runa vuol dire propriamente segno di scrittura “inciso, graffito”. Protagonista principale di questo ambito semantico è ovviamente la incisiva qualità liquida-vibrante r. Per esprimere la stessa idea di “scrivere runa” in magyar vengono utilizzate le forme esistenti più concise e autoevidenti: ró “incide(re)” e ír “scrive(re)”, di cui ró-ni “incidere, scalfire”, ró-tt “inciso, scalfito, graffito”, ró-v-ás “incisione”, rispettivamente ír-ó “scrivente, scrittore”, ír-ott “scritto” e ír-ás “scrittura” (papyros – pap-írás “scrittura sacerdotale”); dalla loro combinazione risulta il termine ró-vás ír-ás “scrittura runica”. Chiare le relazioni di affinità con gr. gráfo “scrivere”, grafologia “grafologia”, it. graffiare, graffiata, graffiatura, graffito, grafema, ted. kratzen “graffiare”, kritzeln “scarabocchiare”, schreiben “scrivere”; ingl. write, fr. écrire, finn. kirjoittaa “scrivere” e così via.
Continuativa connessione alla fonte šum. ra, re, ri palesano: dio Era ᵈ ÌR-RA Erra/Irra, altro nome di Nergal (Labat s. no. 50), e URU, URU-ŠE (L. s. no. 38) significante “città” (cfr. mag. vár “borgo”, vár-os “città”, rum. oraș), determinativo davanti i nomi di città. La “città” – e qui ricordiamo quelle più antiche di Ki.En.Gi / Šumer come Eridu, Ur, Uruk, Nippur, Ereš, Lagaš – è quel complesso di edifici urbani la cui erezione è risultato di un ampio e prolungato impiego di “forza di lavoro”. Il concetto di “forza” erő in magyar ottiene sostegno dal consitente sistema di parole-seme: ér “vena, arteria; tocca(re); raggiunge(re), matura(re), essere di valore” (molti i derivati tra cui: er-es “venato”, er-ez “vena(re)”, er-ez-et “venatura”, ér-ez “sente, prova, percepisce”, ér-z-és “sentire, percezione”, ér-z-ő “percettivo”, ér-t “comprende(re)”, ér-t-ő “comprensivo”, ér-ett “maturo”, ér-z-elem “sentimento, senzazione”, ér-t-elem “inteletto, intelligenza” ecc.), vér “sangue” & pír “rossore del Sole nascente”, ár “diluvio, flusso, corrente” (da šum. URU5 URU2 , L. s. no. 58 e 43, “diluvio”, ÁR, L. s. no. 306, “devastazione”), őr “guardiano, vigilante” (da šum. URU3 “proteggere, guardare/vigilare”, Labat s. no. 331, URI3-GAL “tesoriere”; aeg. iri “protettore, fiduciario”, iri-aa “guardiano del portone”), úr “Signore, Sovrano” (da šum ᵐᵘᶩ UR astr. “Hercules/Ercole”, UR “héros/eroe”, UR-MAḪ “leone”, L. s. no. 575), ér-vér-ár “flusso di sangue arteriale/venoso”, ara “sposa”, erő “forza, potere” – ér-erő “forza di arteria/vena”, őr-erő “forza di guardiano/vigilante” – di cui l’aggettivo erős “forte, potente”. Come menzionato innanzi Erős ricorre già nell’antico nome della divinità kingir/šumera Ereš.ki.gal “Potente/Sovrana della grande Terra”, sposa di Nergal; più tardi poi anche nella mitologia greca come Eros, “potente” dio dell’amore, e come Ares, “sanguinario” dio della guerra e della lotta che i Romani identificarono in seguito con il dio “Marte”. Eros è espressione autoevidente di quella “potente forza” erős erő che agisce come irresistibile forza di attrazione tra donna e uomo, tra esseri umani amanti. E ricordiamo anche la già spiegata voce Uteros, combinazione di Utu “il dio Sole” con Eros/Ereš. Da erő derivano coerentemente le voci: erély “energia, risolutezza, dinamismo”, erélyes “energico, risoluto, dinamico” (cfr. gr. Zeus Areios “Zeus bellicoso”), erény “virtù”, erényes “virtuoso”, erősít “rinforza(re)”, erősítő “rinforzante”, erősítés “(il) rinforzare”, erősödés “(l’atto di) rinforzamento, rinvigorimento”, erősség “fortezza, potenza”, erőszak “violenza”, erőszakos “violento”, erőszakosság “(l’atto di) violenza” ecc.. Ovviamente qui si tratta della sfera lessicale che offre sostegno sostanziale anche alle voci: erezione, ted. Erektion, fr., ingl. erection, ovvero l’inturgidirsi, il “rinvigorimento” del fallo e del clitoride, prodotto da attiva dilatazione dei loro “vasi sanguigni” vér erek con aumento del “flusso di sangue arteriale/venoso” ér-vér-ár, e quindi anche alle voci erotico/a, erettile, erotismo, erogeno/a, erotizzare, e pure a eroe, eroina, eroico/a, eroismo, eroicità ecc.. In greco la voce eros vuol dire sì “amore” sensuale, ma non si spiega da sé, non è voce autoevidente come risulta erős in magyar. La pregnante verbale espressione di “forza” per noi umani quindi è tuttora questa: erő. Tante sono in magyar le combinazioni con erő, tra esse: erő-mű “impianto di forza” (ted. “Kraft-Werk”, ingl. “power station”), erő-tér “campo di forza”, kő-erő “forza di pietra”, lap-erő [lɒpɛrø:] “forza di piano/piastra” – espressione appropriata, questa, della “tensione interna” di un corpo, cioè della condizione di equilibrio in cui in generale un corpo si trova – láb-erő “forza di piede/i”, lobb-erő “forza di fiamma/falò”, kéz-erő “forza di mano/i”, kar-erő “forza di braccio”, munka-erő “forza di lavoro”, pel/fej-erő “forza di testa/capo”, szív-erő “forza di cuore”, föld-erő “forza di terra”, víz-erő “forza di acqua”, tűz-erő “forza di fuoco”, szél-erő “forza di vento”, hang-erő “forza di suono”, nap-erő “forza di sole”, fény-erő “forza di luce”.
Ora, trattenendoci sul sacro tempio del Monte Labbro, con i nostri sensi di percezione ben svegli, ricettivi, rinveniamo che la maggior parte di queste “forze” e qualità sono ivi presenti; ovvero lassù si è nel bel mezzo di questo “campo di forze”.
Parole conclusive
È questo dunque il mondo di pensieri connesso all’oronimo Monte Labbro/Labaro che riempie la mia mente e che desidero condividere con tutti coloro che, come me, lo amano e lo frequentano camminando. È questa la vasta rete di parole sviluppate dalle parole-seme arcaiche lab/lap, e aro/ero espressioni appropriate dei temi archetipali di “piede – piano” e “forza” attorno i quali ruota questo mio saggio. Ogni volta che la nostra pregiata parola labbro/labaro viene pronunciata questa sonora rete di vocaboli viene sfiorata/lambita e fatta vibrare. Per avere una idea un po’ più concreta, più plastica di ciò che avviene, ci conviene impiegare l’immagine di una tela di ragno.
Immaginiamo adesso cosa accade se questo sottilissimo tessuto di fili viene sfiorato, lambito in un suo solo punto. Evidentemente l’intera struttura ne risentirà e tremerà tutta. Orbene, questa ragnatella è analoga alla vasta rete di vocaboli derivante da lab/lap e aro/ero impiegata in questo studio. È il risultato del mirabolante ludo creativo di variazione fonemico-permutazionale, il già rammentato “tema con variazioni”, di cui la maggior parte dei parlanti si avvale con disinvolto automatismo. Solo in pochi ne sono consapevoli.
Come abbiamo avuto modo di constatare nel corso di questa ampia esplorazione, l’accezzione dell’ oronimo Monte Labro/Labaro non è univoca, esclusiva bensì polivalente, inclusiva. Sono inclusi praticamente i vari significati affini identificati in questo studio. In realtà è un intreccio di significati che riflettono fedelmente le peculiarità multidimensionali del Monte. Il Monte Labro / Láb ró “Piede percorre” lo si riconosce facilmente come “Monte del percorso/dell’itinerario”, sia quello dei pellegrini sia quello planetare, solare, astrale. Il Monte Labbro lo si riconosce facilmente come “Monte della parola/parlata”, “Monte che parla / comunica” ovviamente a modo suo (La-bro / La-bar par-la) con la sua voce infrasonora e fonolitica campanaria. Il Monte Labro lo si riconosce facilmente come Monte della “Forza di fiamma/falò” Lobberő giacché il verbo, il parlare vere parole, l’espressione verbale di per sé è evidente espressione di “fuoco” pyr/par/bar/Feuer dell’essere umano, qualità, questa, che viene ulteriormente potenziata dalla stessa realtà geofisica vulcanica dell’area amiatina che è focosa assai. E nella sua dimensione di conica pila di piastre calcaree lo si riconosce facilmente come Monte “Forza di piastre/lapidi” Laperő che sta ben piantato nel paesaggio maremmano e che perciò merita il nome magnifico: Monte “Forza di piede”, appunto, Láberő.